Forse non del marcio, come sospettava Shakespeare, ma in Danimarca ci sono certamente problemi, segreti, dilemmi. È quanto racconta il bel dramma in costume «Woman Unkown», diretto da May el-Toukhy, che fino a pochi giorni prima dell’inizio della Mostra era l’unica regista donna nel concorso principale di Venezia 83 (ora le fa compagnia Rachel Szor, co-autrice di «Naza», aggiunto in gara all’ultimo). Pur non alimentando le polemiche, la regista scandinava (di padre egiziano) ha creato un ponte tra la questione di genere e il suo film, «che parla proprio dell’invisibilità delle donne e della necessità che esse trovino una propria voce».
Campi di battaglia
Al centro della storia Marie (la strepitosa Mathilde Arcel, giovane ma già veterana del set e del palcoscenico, da premio), che appena finita la Seconda Guerra Mondiale, sta per sposare il ricco vedovo di cui è la domestica. La sicurezza a cui aspira è però minacciata da un’ombra del passato (la relazione con un soldato tedesco, che ha lasciato cicatrici fisiche e morali) in un clima di delazione e sospetti, rischiando di mettere tutto in discussione. Qualcosa che la donna non è disposta ad accettare.

Aldilà della trama, il sottotesto del film è il corpo femminile inteso come campo di battaglia, attraverso la prospettiva delle cosiddette «collaboratrici orizzontali», ossia le donne che in vari paesi d’Europa, durante l’ultimo conflitto mondiale, intrecciarono relazioni con membri degli eserciti occupanti, subendo – ad ostilità archiviate – conseguenze personali durissime, perché il loro comportamento veniva considerato un’offesa all’identità nazionale.
Ha chiosato l’autrice, attualizzando la materia: «La guerra non ha mai un volto di donna, come ha scritto Svjatlana Aleksievic. In molti conflitti armati, gli uomini pagano con la vita, le donne pagano con il proprio corpo: attraverso il controllo, la punizione, la violenza sessuale. E sebbene il film si riferisca a un determinato periodo storico, il tema è presente ancora oggi».


