Oggi avrebbe compiuto cento anni Marilyn Monroe, icona di bellezza del XX secolo. Invece, per sfortuna sua e cinica gioia del cinema (di cui rappresenta uno dei miti più luminosi e duraturi) non l’abbiamo vista invecchiare: morta a trentasei anni, con tante cicatrici nell’anima, dopo un’esistenza vertiginosa, certo più stropicciata ma perfino più bella di quando era giovanissima.
All’anagrafe era Norma Jeane Mortenson Baker, nata il 1º giugno del 1926 a Los Angeles: la madre, l’instabile Gladys Pearl Monroe (che le sopravviverà di oltre vent’anni) non aveva legami quando rimase incinta e, per evitare che fosse registrata come illegittima, le diede (con il loro consenso) i cognomi di entrambi i mariti avuti in precedenza. La futura Marilyn – che dopo una prima infanzia passata con la genitrice, crebbe tra orfanotrofi e brevi affidi – non conobbe mai il padre biologico, che solo nel 2022, con tardivo test del dna, si scoprì essere Charles Stanley Gifford sr., impiegato alle vendite nella stessa azienda in cui Gladys lavorava come segretaria.
Tra i molti misteri nella parabola della diva, questo è senz’altro il più innocuo e certo meno rilevante dell’uomo con cui passò la notte in cui se ne andò per un’overdose di barbiturici, classificata ufficialmente come «probabile suicidio» (l’ipotesi più accreditata è che si trattasse di Robert Kennedy, suo amante, mentre il fratello JFK lo era stato negli anni passati, a intermittenza).

Al cinema, Norma Jeane arriva dopo aver lavorato prima come operaia in una fabbrica di aeroplani e poi come modella, esordendo nel 1947 con «Dangerous Years», diretto dal modesto Arthur Pierson e mai arrivato sugli schermi italiani. Nonostante sappia cantare e impari rapidamente a recitare, Marilyn non ruba subito l’occhio ed è protagonista di una lunga gavetta: per la consacrazione bisogna attendere il 1953, quando l’esplosione della Monroe-mania è fragorosa, in virtù del successo di «Niagara» di Henry Hataway, «Come sposare un milionario» di Jean Negulesco e, soprattutto, «Gli uomini preferiscono le bionde» del grande Howard Hawks.
Oltre gli stereotipi
Essendo una donna intelligente (e pure studiosa), Marilyn vuole tuttavia emanciparsi dallo stereotipo che le hanno incollato addosso, quello della «dumb blonde» (oca bionda), tanto da dichiarare al New York Times: «Voglio crescere, voglio anche ruoli drammatici. La mia insegnante di recitazione, Natasha Litess, dice che ho una grande anima, ma finora nessuno se n’è interessato».
Dopo un’esperienza per lei negativa col western «La magnifica preda» (1954) di Otto Preminger (che però contiene almeno una sequenza memorabile, quando nel saloon canta «River of No Return»), dà una svolta alla propria vita: sposa la leggenda italoamericana del baseball, Joe Di Maggio; vince la fobia della folla esibendosi per i soldati americani in Corea, al ritorno dal viaggio di nozze in Giappone; si regala l’immortalità con «Quando la moglie è in vacanza» (1955) di Billy Wilder, regista che ne valorizza a un livello superiore «l’incredibile talento comico» (Billy medesimo dixit).

Ora MM è finalmente padrona del proprio destino artistico, potendo scegliere i suoi film: ne porterà a termine soltanto cinque in sette anni, ma uno è un capolavoro («A qualcuno piace caldo», ancora di Wilder), un altro quasi («Gli spostati» di John Huston, prova del congedo anche per Clark Gable), e pure nei rimanenti si rivela una fuoriclasse. Ma la sua luce si spegne lentamente, tra alcol e depressione, delusioni e aborti, la paura di non essere amata che aveva maturato da bambina e che né i suoi mariti (dopo il gelosissimo Di Maggio, l’algido drammaturgo Arhur Miller) né i suoi amanti (Frank Sinatra e Marlon Brando, su tutti) sanno estirpare, anzi alimentano. La morte e la cultura pop la consegnano infine al mito.


