La Mummia torna al cinema, ma in una versione mai vista prima

Dopo Dracula, Nosferatu, Frankenstein e la sua sposa, tocca di nuovo alla Mummia. Il suo ritorno in sala, giovedì 16 aprile, passa da «Lee Cronin – La mummia», nuovo film scritto e diretto dal regista irlandese Lee Cronin per New Line Cinema, Atomic Monster e Blumhouse, distribuito in Italia da Warner Bros. Pictures. Già dal titolo si capisce che non si tratta di un semplice recupero del personaggio, ma di una rilettura personale di una figura che Hollywood ha reinventato molte volte nel corso di quasi un secolo.
La reinterpretazione
Il film non è il seguito diretto di altri capitoli né un’operazione nostalgica, ma una nuova interpretazione del mito. Racconta la storia di una famiglia segnata da un’assenza: la figlia di un giornalista scompare nel deserto senza lasciare traccia; otto anni dopo viene ritrovata e riportata a casa. Quello che dovrebbe essere un ricongiungimento si trasforma però in un incubo. Cronin sposta così la Mummia dal terreno dell’avventura archeologica a quello del trauma familiare, del ritorno di qualcosa che non doveva riemergere.
È una scelta che distingue nettamente il film dalle versioni più spettacolari del personaggio: è un horror duro, fisico, fortemente accentrato attorno alla performarnce della giovane Natalie Grace. A suggerire questo cambio di prospettiva è il nome stesso di Lee Cronin. Il regista arriva da «La casa – Il risveglio del male», dove aveva già mostrato di saper rilanciare un immaginario horror molto noto (quello de «La casa» di Sam Raimi) senza trattarlo come una reliquia. Anche qui la promessa è quella di una Mummia filtrata da uno sguardo preciso: non è solo il ritorno di un mostro classico, ma il tentativo di rifondarlo in una forma nuova.

Intreccio di immaginari
Per capire perché questo ritorno abbia un peso particolare, bisogna ricordare che la Mummia è una creatura antichissima e insieme mutevole. A differenza di Dracula o del mostro Frankenstein, recentemente raccontato di nuovo da Guillermo Del Toro, non nasce come personaggio letterario unico e definito, ma come intreccio di immaginari: il fascino funerario dell’antico Egitto, la pratica reale della mummificazione, l’egittomania occidentale, la paura della profanazione archeologica e la leggenda moderna della maledizione. Nella cultura egizia, la conservazione del corpo aveva un significato religioso e ultraterreno, non mostruoso; la trasformazione della mummia in figura horror è molto più tarda ed è stata fissata soprattutto dal cinema.
La storia

Il debutto decisivo sul grande schermo arriva con «La Mummia» del 1932, classico Universal diretto da Karl Freund e interpretato da Boris Karloff. Al centro c’è Im-Ho-Tep, sacerdote sepolto vivo che ritorna dalla morte: non solo un cadavere ambulante, ma una figura tragica, segnata da desiderio e memoria. È una Mummia meno meccanica di quanto il mito successivo farà pensare, più vicina al melodramma oscuro che al puro mostro da assalto. Negli anni successivi il personaggio cambia pelle. Il filone Universal e poi la Hammer britannica lo rendono più fisico, vendicativo, più vicino alla macchina del terrore seriale. In particolare «La Mummia» del 1959, firmato da Terence Fisher con Christopher Lee (che l’anno dopo avrebbe interpretato per la prima volta il Conte Dracula) e Peter Cushing, trasforma la creatura in una presenza imponente e silenziosa che torna a colpire i profanatori della tomba. È il segno di come la Mummia, già allora, fosse diventata una forma narrativa flessibile, capace di spostarsi dal gotico tragico all’horror più avventuroso e punitivo.
Poi arriva la grande rifondazione popolare di «La mummia» del 1999, diretto da Stephen Sommers con Brendan Fraser e Rachel Weisz. È probabilmente la versione che più ha segnato l’immaginario degli ultimi decenni: meno horror puro, più avventura spettacolare, ironia e gusto da serial classico aggiornato al blockbuster moderno. Il film ha generato una trilogia (con un quarto film attualmente in produzione) che ha trasformato la Mummia in una macchina da intrattenimento, lontana dal lugubre immobilismo dei classici Universal ma perfettamente coerente con il cinema d’evasione di fine Novecento. Un’altra variazione importante è quella di «The Mummy» del 2017 con Tom Cruise e Sofia Boutella, dove la creatura prende la forma di un’antica principessa e il film prova a rilanciare il mito dentro il progetto, poi fallito, del Dark Universe. Anche questo passaggio conferma quanto la Mummia sia un mostro duttile: può essere sacerdote o principessa, figura tragica o antagonista da action movie. Più che in un volto preciso, la sua identità sta in un’idea: il corpo del passato che ritorna carico di maledizione e vendetta.
Horror del corpo
È proprio questa elasticità a rendere interessante il film di Cronin. La Mummia è passata dal melodramma esotico al gotico, dall’avventura al blockbuster, dalla figura maschile a quella femminile. Cronin sembra volerla riportare verso una forma più sporca e perturbante, quasi da horror del corpo e del lutto, trasformando la minaccia esterna in qualcosa di intimo e domestico. Così il suo ritorno non appare come una semplice operazione di repertorio, ma come un nuovo capitolo nella storia di una creatura che il cinema non ha mai smesso di reinterpretare. Dalla ieratica ombra di Karloff alla forza brutale di Christopher Lee, dalla spettacolarità della trilogia con Brendan Fraser fino alla nuova incarnazione firmata Cronin, il mostro egizio continua a cambiare forma ma non smette di parlare al presente, perché incarna la paura che ciò che abbiamo sepolto, rimosso o creduto perduto possa tornare. E, nel tornare, non sia più riconoscibile.
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