Un avvio all’insegna della montagna «inclusiva»: lo propone «Schegge di Cinema e Montagna», rassegna nata sotto l’egida dell’Assessorato alla Cultura di Lumezzane, in collaborazione con la locale sezione Cai ed Eureteis. Stasera al Teatro Odeon Prandelli (alle 20.30, con ingresso libero) ci sarà infatti la proiezione del mediometraggio «La cima», alla presenza dell’autore Simone Cargnoni, mentre nelle prossime settimane si potranno vedere il documentario da Oscar «Free Solo» di Jimmy Chin & Elizabeth Chai (29 ottobre), un altro doc di marca artigianale qual è «Il rifugista» di Andrea Pettinari (12 novembre), per chiudere con un classico come “Sette anni in Tibet” di Jean-Jacques Annaud (10 dicembre).
«La cima» - che al Trento Film Festival 2026 ha vinto il Premio CinemAMoRe e il Premio Dolomiti Patrimonio Mondiale - mette a fuoco tre persone (Nicolle, Kevin, Gianluigi) che portano con sé storie e corpi diversi, trovando nell’arrampicata una via comune che li spinge verso l’alto. Si sono incontrati grazie a Brenta Open, un progetto ideato dall’alpinista Simone Elmi per rendere le Dolomiti accessibili a tutti: il documentario ne intreccia le vicende, mentre la vetta da raggiungere diventa simbolo di un cammino che cerca non solo una meta, ma anche un senso più profondo di condivisione.
Abbiamo intervistato Cargnoni, 42enne videomaker di Treviso Bresciano, che con la sua casa di produzione Jump Cut ha realizzato anche filmati di ambito musicale (con Marlene Kuntz, Verdena, Afterhours, Colapesce) e agito in qualità di fotografo di scena in vari set cinematografici.
Simone: ha visto nascere Brenta Open, tra i primi progetti italiani di montagna inclusiva, nel 2015…
Dopo l’università sono rimasto a Trento, e nel 2013 mi capitò di realizzare i video esplicativi con cui la Provincia promuoveva corsi per guide alpine interessate a lavorare insieme a persone con disabilità. In quell’occasione conobbi Elmi, che un paio di anni dopo mi contattò per documentare una giornata di montagna inclusiva sulla cima Tosa, a cui partecipava anche l’alpinista Tamara Lunger. Ci siamo trovati bene, per cui sono diventato il videomaker ufficiale di una realtà che nel tempo è cresciuta molto.
Il suo rapporto con la montagna era già solido?
Per nulla. Il massimo che avevo fatto fino ad allora era scendere dal Bondone di notte con lo snowboard, dopo esserci salito con le ciaspole. La prima volta sul Brenta mi sono ritrovato a 3000 metri assolutamente impreparato, vestito esattamente come andavo a correre in estate: calzoncini corti, t-shirt, scarpe da ginnastica e la videocamera a tracolla. In effetti era agosto, ma lassù c’era la neve!
Le cose sono cambiate?
Un po’ alla volta. Durante la bellissima esperienza del 2024 - nove giorni sulle Dolomiti, che hanno generato il materiale per «La cima» - ho cominciato ad arrampicare e non ho più smesso.
Dopo il Covid, è tornato in Valle Sabbia, da cui era «scappato» perché la sentiva strettissima. E ora?
Da quando ho maturato un diverso rapporto con la montagna, ho (ri)scoperto la fortuna di fare base in valle. Come dice un amico meccanico, dopo i nostri giri in moto: «… Però il Paradiso è a casa nostra!». Sottoscrivo.



