«La comicità è una cosa seria. Anche per contrapporsi al potere, perché le risate fanno paura, al potere: stemperano l’animo del popolo, che si rilassa e pensa; e quando pensa, sa dire di no». È la convinzione che ha ispirato «Dio ride» di Giovanni Veronesi, un film a cuore aperto che il regista di Prato ha accompagnato ieri al cinema Moretto. Sceneggiatore prolificissimo nella commedia all’italiana (agli esordi per l’amico Nuti, poi tra gli altri per Pieraccioni, Verdone, Pilar Fogliati) e regista in proprio all’insegna di un divertimento mai greve («Manuale d’amore», «Romeo è Giulietta»), Veronesi cambia registro con la parabola di Fra Leopoldo (Pierfrancesco Favino) che – alla metà del XVII secolo – predica il Vangelo con un linguaggio quotidiano condito dall’ironia, che cattura la povera gente a scapito delle messe in latino. Lo accusano allora di prendersi gioco di Dio, e del suo caso si occupa il carismatico cardinal Maculani (Silvio Orlando), che rimane colpito dall’indole bonaria dell’imputato e cerca una via d’uscita che non lo annienti.
Veronesi: il tempo del film (che richiama fatti realmente accaduti) è più o meno quello de «I promessi sposi», in cui Renzo si lamenta del latinorum di Don Abbondio…
È il momento in cui le cose cominciano a cambiare, ideale per opporre il linguaggio del cuore a quello menzognero del potere: l’Illuminismo non è lontano… E mi piace trovare un’analogia con il nostro tempo, spero che anche per noi sia il momento del cambiamento.
Nel film, il potere che si oppone alla genuinità di Fra Leopoldo alla fine vince.
Momentaneamente. Quando c’è un linguaggio nuovo, capita che i primi vengano oppressi. Ma poi quel linguaggio, se resta nelle viscere del popolo, prende campo e si impone.
La figura del cardinal Maculani, per come l’ha costruita, presenta diverse sfaccettature. Forse più di quella storica…
Maculani aveva un pensiero diverso, sicuramente più aperto, rispetto a quello dominante all’epoca. Era un inquisitore, ma in casa aveva un cannocchiale e guardava le stelle; era amico di Galileo e sapeva che aveva detto la verità. Nel mio film sa perfettamente qual è la parte giusta, ma il potere guardava altrove e le regole erano quelle.

Si sente l’Eco de «Il nome della rosa»: è stato fonte di ispirazione?
Quel romanzo è stato per me illuminante. Ho votato la mia vita alla comicità, e apprendere che Aristotele aveva scritto un libro sul tema che era stato addirittura bruciato dalla cristianità, ne confermava la rilevanza. La botta finale me l’ha però data papa Francesco, quando ha aperto un portone verso di essa, sdoganandola all’incontro con i comici, poco prima di morire. Prima, la Chiesa non osava avvicinare la risata a Dio. Il titolo nasce dalla consapevolezza di essere in qualche modo appoggiato da un papa: mi ha fatto sentire protetto.
A Favino e Orlando, che avevano recitato in uno stesso film («El Alamein») senza mai interagire, ha lasciato briglia sciolta?
Non succede mai, questo. Per quanto mi riguarda, sono i bravi attori che hanno bisogno del regista, che fa loro da sponda nei momenti cruciali, per fargli toccare le vette del loro talento. Credo che in questo film sia successo, e che Favino abbia dato vita a uno dei personaggi più belli della sua carriera.
Questo film rappresenta un cambio di percorso?
Ho chiuso un cerchio, volutamente. Volevo parlare seriamente della mia materia, la comicità, perché troppe volte è stata bistrattata, considerata superficiale. È invece fondamentale in una società, non deve essere messa al bando dal potere e da nessun altro…Se fossi un medico, nelle mie ricette ci sarebbe sempre una risata dopo pranzo e una dopo cena.



