«House of the Dragon 3»: torna GoT, la saga che ha cambiato il fantasy

Eredi, alleanze e antichi rancori riaccendono Westeros: la saga dei Targaryen torna con nuovi episodi e riporta al centro un immaginario che ha segnato la serialità contemporanea
Cristiano Bolla
Emma Darcy in House of the Dragon 3 - Warner Bros
Emma Darcy in House of the Dragon 3 - Warner Bros

Quando «Il trono di spade» è arrivato in televisione nel 2011, il fantasy era ancora considerato da molti un territorio per appassionati, raramente associato alla centralità culturale delle grandi serie drammatiche. In pochi anni, la saga tratta dai romanzi di George R.R. Martin ha cambiato quel paradigma: ha portato castelli, dinastie, guerre di successione, creature leggendarie e genealogie complesse dentro il linguaggio della serialità contemporanea, trasformando Westeros in un immaginario condiviso anche da chi non ha mai letto una pagina di fantasy. Oggi quel mondo torna al centro dell’attenzione con la terza stagione di «House of the Dragon», in arrivo dal 22 giugno su Sky, Now e HBO Max.

«House of the Dragon» è il primo grande prequel televisivo de «Il trono di spade». Non ha ripreso la storia di Jon Snow, Daenerys Targaryen, Tyrion Lannister o degli Stark, ma è tornato molto più indietro nel tempo, circa due secoli prima degli eventi della serie madre. Al centro non c’è un regno già attraversato da molte famiglie in lotta, ma una sola casata dominante: i Targaryen. Sono loro, i discendenti dell’antica Valyria, a governare Westeros grazie a una combinazione di legittimità dinastica, prestigio militare e soprattutto draghi.

La serie ha raccontato la fase in cui questo potere ha cominciato a divorare sé stesso. Re Viserys I Targaryen, sovrano mite e più interessato alla pace che al conflitto, ha deciso di nominare erede la figlia Rhaenyra dopo la morte della moglie Aemma e del figlio appena nato. È stata una scelta formalmente legittima, ma fragile in un mondo governato da consuetudini patriarcali. Rhaenyra è stata riconosciuta come futura regina, ma la sua posizione è cambiata quando Viserys si è risposato con Alicent Hightower, figlia del potente Otto Hightower, e da quel matrimonio è nato Aegon, un figlio maschio. Da quel momento la domanda è diventata inevitabile: deve governare l’erede scelta dal re o il primogenito maschio nato dopo di lei?

Tragedia familiare

La forza di «House of the Dragon» sta proprio nell’aver trasformato questa domanda dinastica in una tragedia familiare. Rhaenyra e Alicent, all’inizio, non sono state nemiche: sono due giovani donne cresciute alla corte di Approdo del Re, legate da un rapporto di amicizia e confidenza. Ma le decisioni degli uomini che le hanno circondate, le paure della successione, i matrimoni politici e la necessità di proteggere i rispettivi figli le hanno portate progressivamente su fronti opposti. Da una parte è cresciuto il fronte di Rhaenyra, sostenuta dal marito Daemon Targaryen e dalla potente Casa Velaryon. Dall’altra si è compattato il fronte dei Verdi, legato ad Alicent, a suo padre Otto e ai figli nati dal matrimonio con Viserys: Aegon, Helaena e Aemond. La morte del re ha fatto precipitare tutto. Alicent ha interpretato le ultime parole confuse di Viserys come una volontà di mettere Aegon sul trono, mentre il Consiglio Verde si è mosso per incoronarlo rapidamente, senza avvisare Rhaenyra. A quel punto Westeros si è diviso: i Verdi hanno sostenuto re Aegon II, i Neri hanno sostenuto la regina Rhaenyra.

Matt Smith e Emma Darcy in House of the Dragon 3  - Warner Bros
Matt Smith e Emma Darcy in House of the Dragon 3 - Warner Bros

Il cuore politico

Da qui in avanti, però, «House of the Dragon» non è stata pura cronaca di una guerra annunciata. Il suo interesse principale è stato più profondo: mostrare come un sistema politico fondato sulla discendenza, sul sangue e sulla forza militare possa collassare proprio nel momento in cui sembra più solido. I Targaryen governano, possiedono draghi, controllano la memoria della conquista e occupano il centro simbolico del continente. Eppure proprio questa superiorità ha reso più fragile il loro potere, perché ogni conflitto interno ha avuto conseguenze sproporzionate. Il drago, nella serie, rappresenta una forma di potere assoluto. Possederne uno significa intimidire gli avversari, condizionare una successione, cambiare il corso di una guerra. La domanda posta dalla serie è quindi molto concreta: cosa accade quando l’arma più devastante del mondo non appartiene a uno Stato stabile, ma a una famiglia lacerata da lutti, gelosie e ambizioni personali?

In questo senso, il prequel ha ereditato la lezione più importante de «Il trono di spade», franchise che nel frattempo si prepara ad espandersi anche sul grande schermo. Il fantasy di George R.R. Martin non è mai stato solo fuga dalla realtà, ma una forma di racconto politico. I castelli, le genealogie e i draghi servono a parlare di istituzioni, propaganda, successione, violenza, consenso, tradimento. «House of the Dragon» ha reso ancora più concentrato questo meccanismo: dove la serie madre moltiplicava luoghi, famiglie e fronti narrativi, qui tutto ruota attorno a una dinastia sola, osservata mentre perde progressivamente la capacità di distinguere il bene della corona dall’interesse dei singoli.

Legittimità

Il tema della legittimità è centrale. Rhaenyra ha ricevuto una designazione formale dal padre, ma la sua autorità è stata contestata perché donna. Aegon II ha potuto contare sulla forza della consuetudine maschile, ma la sua incoronazione è nata da una forzatura politica. Nessuno dei due fronti è stato costruito solo sulla purezza del diritto: entrambi hanno usato alleanze, propaganda, matrimoni e paura. Non meno importante è il modo in cui la serie ha messo al centro le donne e i limiti imposti loro dal potere. Rhaenyra è l’erede scelta, ma deve dimostrare più di qualunque uomo di meritare ciò che le è stato promesso. Alicent è regina, ma scopre progressivamente di essere stata usata come strumento dinastico prima dal padre, poi dai consiglieri, infine dai figli. Rhaenys, che avrebbe potuto essere regina prima di Viserys, incarna invece la possibilità mancata, la donna esclusa dal potere per una decisione politica precedente.

Per questo il ritorno della terza stagione non riguarda soltanto gli appassionati di Westeros. Riguarda il modo in cui un grande franchise televisivo può continuare a parlare a un pubblico ampio, anche dopo la fine della serie che lo ha reso un fenomeno globale. «House of the Dragon» ha dimostrato che l’universo di «Game of Thrones» non dipende solo dalla nostalgia per i personaggi più amati, ma dalla forza dei suoi temi: il potere come eredità e condanna, la famiglia come luogo di protezione e distruzione, la guerra come esito di decisioni maturate molto prima del primo colpo inferto. Ora, la Danza dei Draghi è entrata nella sua fase più aperta, ma il vero centro del racconto non sarà soltanto lo spettacolo della battaglia. Sarà capire quanto resterà dei Targaryen dopo aver trasformato i propri draghi, il simbolo massimo della loro supremazia, nello strumento della propria rovina.

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