Gianni Amelio a Brescia: «Indifferenza e paura, così cambia il mondo»

Il regista presenta al Moretto «Nessun dolore», fuori concorso a Venezia, insieme allo sceneggiatore bresciano Andrea Quetti. Un film che interroga le coscienze tra senso di colpa e solidarietà
Lara Minelli
Gianni Amelio e Andrea Quetti al Cinema Moretto
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Gianni Amelio e Andrea Quetti al Cinema Moretto

«E se l’avessi fatto?» Una vita sicura nella sua routine livida come la Roma intorno a Termini. Apatica, finché non arriva quell’imprevisto fatale, che la cambierà per sempre. Destino, Provvidenza o Dea bendata. Maledetto, benedetto o forse tutte e due. Il fatto resta: da quel momento la vita non sarà più la stessa. Così per Davide, protagonista di «Nessun dolore», il nuovo film di Gianni Amelio, fuori concorso a Venezia 83, interpretato da un empatico e misurato Alessandro Borghi insieme a Valeria Golino e Valerio Mastandrea, perfetto anche nei suoi tic d’ansia, dovuti ad una lieve sindrome di Tourette di cui soffre nella vita. Un puro e per questo lontano da sé, prigioniero della sua stessa coscienza. Catapultato in un purgatorio di espiazione tra sensi di colpa e dubbi, dove a vincere sarà «quel ritrovarsi umani, se non l’abbiamo già perduto».

Nessun dolore, «una storia non ancora realmente accaduta», avvisa fin da subito il regista – si noti «non ancora» e non a caso, vale a dire: «Può capitare a tutti prima o poi» –. La parabola francescana del buon libraio alla ricerca di un perdono cristologico, ma che prima deve essere interiorizzato. Nessun dolore, spiega Amelio durante la presentazione al Moretto a fianco del giovane sceneggiatore bresciano, Andrea Quetti, «va oltre Lamerica. Nasce da quel bisogno lontano – era il 1994 quando lo presentava alla Biennale 51 – e da una domanda: “Chi è l’immigrato oggi?” Di certo qualcosa che non avrei mai immaginato. Davide non è un santo, un eroe o un pazzo. È uno come noi che ha il coraggio di fare il primo passo, anche se la situazione gli sfugge di mano». Per alcuni quel libraio che vende, ma non legge, è l’Antigone che si ribella alle leggi di Tebe. Per gli antichi greci lo xénos: chi rispetta la legge divina, accogliendo l’ospite. E per noi?

Provoca Amelio con il suo mezzo secolo e più di carriera alle spalle, ma lo fa con stile. «Nessun dolore» non è una commedia francese contemporanea a «Le Grand Partage» di Alexandra Leclère, che sulla satira ride di stereotipi e luoghi comuni progressisti. Ma un nuovo neorealismo impegnato: «Non è cambiata solo l’emigrazione, ma il mondo. Chiusura, indifferenza, paura. Le persone temono l’altro e loro stesse». È l’essere umano sotto scacco, dentro le crepe della coscienza individuale, davanti ai pregiudizi e all’ingiustizia. È il dolore catartico che può diventare libertà, «dove nulla è più diviso, né morte da vita, né innocenza da colpa». È il senso di responsabilità, più forse e oltre la colpa. «In un mondo imbarbarito, governato da indifferenza e cattiveria, dove la soluzione forse non esiste».

Cuore e politica

Così «Nessun dolore» si dissolve in un flebile tic d’ansia di Tourette. Un peso al cuore, come quell’interrogativo dall’inizio alla fine senza risposta: «Cosa vogliamo fare davanti a questa realtà?» Amelio non ha dubbi: «È compito della politica trovarla, non basta l’uomo. Per l’accoglienza ci vuole il cuore, per l’integrazione la politica. La tragedia è già in atto. Serve una politica forte e unita, non che segua i capricci di chi la fa». Eccolo il leone prossimo alle ottantadue candeline sulla torta, capace di ruggire ancora, ma si badi sempre con stile.

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