Cinema

Con «Mio fratello è un vichingo» al cinema autismo e neurodivergenza

Cristiano Bolla
Arriva in sala una dark comedy con protagonista l’attore danese Mads Mikkelsen, qui interprete di un uomo nello spettro autistico: i film che lo raccontano sono davvero molti
Mads Mikkelsen in «Mio fratello è un vichingo»
Mads Mikkelsen in «Mio fratello è un vichingo»
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Tra i film in arrivo nelle sale questo fine settimana ce n’è uno che si segnala subito per il tema che porta con sé. Da giovedì 26 marzo «Mio fratello è un vichingo - The last viking» arriva anche al Cinema Moretto di Brescia e rimette al centro una questione che il cinema ha affrontato meno di altre, ma che ogni volta ha saputo lasciare un’impressione forte: il racconto dell’autismo, della neurodivergenza e, più in generale, di quei personaggi che vivono il rapporto con il mondo in modo diverso da quello considerato normale.


La trama

Il nuovo lavoro di Anders Thomas Jensen, autore danese noto per il gusto della commedia nera e per film come «Le mele di Adamo» e «Riders of Justice», mette insieme ancora una volta due attori molto amati dal pubblico europeo: Nikolaj Lie Kaas e Mads Mikkelsen. Quest’ultimo, ormai volto internazionale grazie a titoli come «Il sospetto», «Un altro giro», «Casino Royale» e «Animali fantastici: I segreti di Silente», qui torna in un registro più spiazzante, grottesco e malinconico, che appartiene molto al cinema scandinavo e in particolare a quello del suo regista.

Presentato alla Mostra di Venezia 2025 fuori concorso, la trama di «Mio fratello è un vichingo» parte da una situazione familiare intricata: Anker esce di prigione dopo quindici anni con un obiettivo molto concreto, recuperare il bottino di una rapina in banca e sparire. Il problema è che quei soldi li aveva fatti nascondere al fratello Manfred, interpretato da Mads Mikkelsen, e nel frattempo Manfred è diventato un uomo fragilissimo, segnato da gravi disturbi psichici, convinto di essere John Lennon e incapace di dire dove il denaro sia stato sepolto. Per cercare di recuperare il malloppo, ma anche per ritrovare un rapporto perduto, Anker si mette allora in viaggio con lui dentro una storia che mescola memoria, trauma, assurdo e riconciliazione.

Il messaggio

I toni sono spesso paradossali, ma sotto la superficie bizzarra il film lavora su ferite familiari e identità spezzate. «Mio fratello è un vichingo» non parla mai apertamente di autismo e non si addentra nella diagnosi precisa di Manfred, ma il personaggio si muove chiaramente oltre lo spettro autistico e ne fornisce un ritratto realistico per come oggi viene inteso. La sua condizione, per la verità, è trattata soprattutto in chiave grottesca e surreale ed è così che il film sfiora il tema della neurodivergenza e della diversità percettiva, in modo libero, simbolico, persino estremo, perché è più interessato alla crisi d’identità che alla rappresentazione fedele di una condizione specifica.

È proprio questo aspetto a renderlo interessante da collocare dentro una storia più ampia: quella dei film che hanno provato a raccontare lo spettro autistico. Per il pubblico resta inevitabile partire da «Rain Man», il grande successo del 1988 con Dustin Hoffman, Tom Cruise e l’italiana Valeria Golino. È il titolo che ha fatto conoscere l’autismo a milioni di spettatori, ma anche quello che ha fissato più di tutti uno stereotipo preciso: la persona autistica vista soprattutto come genio isolato, con capacità straordinarie e memoria fuori dal comune. Il film ha avuto un’enorme importanza storica, ma negli anni è stato anche discusso proprio perché ha finito per ridurre una realtà molto ampia a un modello solo, quello del savant eccezionale.

Raccontare le neurodivergenze

Da allora il cinema ha cercato strade diverse. «Temple Grandin» (2010) ha scelto la forma del film biografico per raccontare una donna autistica realmente esistita, mettendo al centro il pensiero visivo, la sensibilità sensoriale e il modo diverso di organizzare l’esperienza. «Mary and Max» (2009), film d’animazione diventato di culto, ha raccontato invece l’isolamento, l’amicizia e il bisogno di ordine con un tono delicato e malinconico.

Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas in una scena di «Mio fratello è un vichingo»
Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas in una scena di «Mio fratello è un vichingo»

«Please Stand By» (2017) e «The Story of Luke» (2012) hanno spostato l’attenzione sul passaggio all’età adulta, sul desiderio di autonomia, sul lavoro e sulle relazioni, mostrando che l’autismo sullo schermo non riguarda solo l’infanzia o il caso straordinario. «The Accountant» (2016), al contrario, ha riportato in primo piano il personaggio dai talenti eccezionali, piegando però quel modello alle regole del thriller d’azione; una fascinazione tornata d’attualità in tempi molto recenti, grazie ad un sequel sempre con protagonista Ben Affleck.

Sensibilità

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso anche sul piano della sensibilità e dell’autenticità. «Ezra» (2023) ha raccontato il rapporto fra un padre separato e il figlio autistico, affidando il ruolo del bambino a William Fitzgerald, attore autistico, scelta significativa in un dibattito che oggi chiede rappresentazioni meno approssimative e più vicine all’esperienza reale. «The Reason I Jump», documentario tratto dal libro di Naoki Higashida, ha fatto un passo ulteriore: non osservare soltanto l’autismo dall’esterno, ma provare a restituire allo spettatore un’esperienza immersiva della neurodiversità attraverso persone autistiche non parlanti.

Sono opere diverse, ma dicono tutte la stessa cosa: non esiste un solo modo di stare nello spettro, e il cinema più attento è quello che evita di ridurre tutto a un’etichetta o a una funzione narrativa. Dentro questo percorso, «Mio fratello è un vichingo» occupa dunque un posto particolare. Non è il film più lineare né il più didattico sul tema, perché non spiega, non semplifica, non offre una chiave clinica rassicurante. Preferisce muoversi tra follia, trauma, comicità nera (a tratti spassosa) e dolore familiare.

Però proprio questa sua natura irregolare lo rende utile per riaprire una domanda che il cinema continua a inseguire: come raccontare chi vive il mondo in modo differente senza trasformarlo in una caricatura, in un fenomeno da osservare o in un puro simbolo? La risposta, nei casi migliori, sta sempre nella stessa direzione: non fermarsi alla diagnosi, ma arrivare alla persona. E il film di Jensen, pur con tutte le sue eccentricità, prova a farlo, usando il personaggio di Mads Mikkelsen come figura fragile, imprevedibile e profondamente umana.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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