Scuola

Crescere un figlio plusdotato: «Un’altalena tra emozioni e noia»

Una mamma racconta le difficoltà dei genitori con bambini con questa neurodivergenza: «L’abbiamo scoperto perché ha imparato a leggere e scrivere prestissimo e già a sei anni faceva le radici quadrate a mente»
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Un bambino plusdotato
Un bambino plusdotato

Hanno una capacità cognitiva eccezionale per la loro età, sanno fare calcoli complicatissimi già alla primaria, alcuni hanno un vocabolario da accademici, altri parlano diverse lingue, ma il loro mondo interno non va di pari passo alla preparazione: la maturità è quella di un bimbo come un altro e, anzi, spesso hanno un’emotività molto più spiccata.

Sono alcune delle caratteristiche dei plusdotati, o individui ad alto potenziale cognitivo, che in Italia sono circa il 2% della popolazione scolastica. Pochissimi. Sono persone con un quoziente intellettivo superiore a 130 riconosciute dal Ministero dell’Istruzione come Bes (Bisogni educativi speciali), dato che necessitano di stimoli e approcci didattici personalizzati per evitare disinteresse, disagio emotivo o scarso rendimento. Non è sempre detto, infatti, che questi bimbi e ragazzi vadano poi bene a scuola.

A raccontare com’è essere il genitore di un plusdotato è Maria, mamma di Giulio: «Il nostro percorso non è sempre stato lineare – dice – e vorrei far sapere agli altri genitori, che si trovano spesso soli, come muoversi». Consigli pratici da mamma a mamma: «Questa è una neurodivergenza che a volte è accompagnata da altri problemi – aggiunge – soprattutto di tipo relazionale che, fortunatamente, nostro figlio non ha. Questi sono bambini che, se non capiti, nonostante le capacità, possono andare male a scuola perché subentra la noia».

Come si è accorta di avere a che fare con un bambino speciale?

«Nostro figlio è sempre stato molto curioso e fin da piccolo faceva molte domande. A fronte di queste ha imparato a leggere e scrivere a quattro anni. Quando aveva cinque anni ci hanno chiamato da scuola per segnalarci che faceva domande sulla morte. Poi, tra i cinque e sei anni ha cominciato a risolvere le parole crociate del padre e abbiamo scoperto che sapeva fare le radici quadrate a mente».

Alla primaria, quindi, come ha fatto se già aveva certe conoscenze?

«Per i primi quattro mesi, dato che si annoiava e sapeva già leggere e scrivere, non faceva altro che disegnare. In accordo con le insegnanti, che temevano un qualche disturbo, ci siamo rivolti alla neuropsichiatria che ha certificato la plusdotazione e, fortunatamente, l’assenza di tutta una serie di problemi che, solitamente sono associati, come la tendenza all’isolamento».

La mossa successiva quale è stata?

«Ci siamo rivolti all’Ufficio scolastico per capire cosa si potesse fare, ma ci è stato risposto che non avevano mai avuto casi analoghi. Ci hanno segnalato delle scuole che, però, non avevano soluzioni per casi come il nostro. L’istituto dove già era iscritto Edoardo è stato, di contro, molto collaborativo: il preside lo ha sottoposto ad un esame e, a dicembre, lo ha fatto entrare in seconda».

Tutto risolto?

«No, anche in seconda si annoiava dato che, come gli esperti avevano certificato, la sua preparazione era da quinta elementare, ma in Italia si può fare solo un salto classe in tutta la carriera scolastica. E di un anno soltanto. Il preside ha quindi redatto un Piano didattico personalizzato e gli ha dato la possibilità di partecipare, soprattutto per la matematica, alle lezioni delle classi superiori alla sua».

Ora Giulio che classe frequenta?

«Frequenta la prima media, sempre a Santa Maria di Nazareth, e gli hanno affiancato un insegnante con il quale fa un programma a parte. Per ora ha finito tutta l’algebra di terza e mi chiedo cosa farà i prossimi due anni e mezzo».

Immagino non sia facile...

«Navighiamo a vista e dobbiamo prendere quel che c’è di positivo. La scuola è propositiva e non è scontato. Da un punto di vista psicologico mio figlio vive le emozioni in maniera quintuplicata, chiede molto a se stesso e vive male la frustrazione (succede se non riceve la valutazione che desidera o se non riesce a fare una cosa la prima volta che prova). Noi non dobbiamo spronarlo, ma dirgli di rallentare. Ed è difficile farglielo capire».

Quali sono le sue paure?

«Tra le difficoltà c’è quella di non avere una rete di ragazzi come lui. Eccelle ma, prima o poi cadrà e più tardi arriverà questa caduta e più sarà difficile da sopportare. All’esterno vedono solo il bello, ma c’è anche una grande fatica. Mi impensierisce questa ricerca di perfezione».

Alla fine è un bimbo di quasi 11 anni con l’emotività di quell’età...

«Le assicuro che dietro c’è un lavoro immane. La sensazione che abbiamo è quella di brancolare nel buio. Per me è stato fondamentale trovare una scuola che ci potesse supportare non solo a parole, ma nella pratica».

Cosa c’è oltre alle difficoltà?

«Sono felice di mio figlio. Con i compagni non ha difficoltà anche perché è alto e sembra più grande. Poi la scuola ha creato un clima sereno in classe: Giulio ha sempre fatto cose diverse, ma è stato sempre visto come una risorsa. C’è un bellissimo rapporto. Il tornaconto positivo della nostra storia, poi, è stato che gli insegnanti e il preside si sono molto sensibilizzati sul tema delle neurodivergenze».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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