Quando «Amori & incantesimi» arrivò nei cinema alla fine degli anni Novanta non sembrava certo destinato a diventare l’inizio di una saga. Il film con Sandra Bullock e Nicole Kidman non fu un blockbuster, le recensioni furono tiepide e per anni la storia delle sorelle Owens rimase confinata alla categoria dei piccoli cult cresciuti lentamente tra televisione, home video, streaming e rituali autunnali. Quasi trent’anni dopo, però, Bullock e Kidman sono di nuovo Sally e Gillian in «Amori & incantesimi 2», nelle sale italiane dal 10 settembre, insieme a Dianne Wiest e Stockard Channing, mentre Joey King e Maisie Williams incarnano la nuova generazione della famiglia Owens.
Non è soltanto un sequel, ma un caso quasi perfetto di quella che è diventata una delle strategie preferite della Hollywood contemporanea: il legacy sequel. La formula è relativamente semplice. Si prende un film molto amato degli anni Ottanta, Novanta o Duemila, si aspetta che il pubblico che lo vide da giovane abbia trasformato il ricordo in nostalgia, si recupera almeno parte del cast originale e si costruisce una nuova storia capace, idealmente, di parlare anche a chi quell’originale lo ha scoperto molti anni dopo in televisione o sulle piattaforme.
Tempo che scorre
Nel caso di «Amori & incantesimi», il tempo trascorso è addirittura parte del prodotto. Le ragazze del 1998 sono diventate madri, le figlie sono adulte e la magia viene tramandata da una generazione all’altra. Il pubblico non viene invitato soltanto a chiedersi che cosa sia successo ai personaggi, ma anche a misurare quanto sia cambiato insieme a loro. È lo stesso meccanismo che sta riportando in sala una quantità crescente di commedie, rom com e film «medi» che, al momento della loro uscita, non erano necessariamente pensati come franchise.
Il caso più clamoroso è «Il diavolo veste Prada 2». Il primo film, uscito nel 2006, costò circa 35 milioni di dollari e ne incassò oltre 326 nel mondo. Vent’anni dopo, il sequel ha trasformato quella commedia sul mondo della moda in un vero evento internazionale, con circa 693 milioni di dollari worldwide a fronte di un budget intorno ai 100 milioni. La lezione per gli studios è evidente: Miranda Priestly vale ormai quanto un marchio. Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci non sono soltanto interpreti di personaggi conosciuti, ma parte di un’identità immediatamente riconoscibile. Per lanciare il film non serve spiegare da zero il suo universo: basta un cappotto, un ufficio, un paio di occhiali e una battuta di Miranda.
Una logica simile ha guidato «Freakier Friday», che nel 2025 ha riportato insieme Jamie Lee Curtis e Lindsay Lohan, ventidue anni dopo «Quel pazzo venerdì». Il sequel ha incassato circa 153 milioni di dollari nel mondo con un budget di 42 milioni: non un fenomeno globale, ma un investimento relativamente controllato e commercialmente sensato. Il primo film del 2003 aveva raggiunto circa 161 milioni. In pratica, il pubblico è tornato. Anche «Bridget Jones: Mad About the Boy» dimostra quanto valore possano conservare queste proprietà: il quarto capitolo della saga, a più di vent’anni dal primo «Diario di Bridget Jones», ha raccolto oltre 140 milioni di dollari nei mercati cinematografici internazionali, pur scegliendo negli Stati Uniti la strada dell’uscita diretta su Peacock. Oggi, infatti, il valore di un sequel non si misura più soltanto nei biglietti venduti: può servire a spingere abbonamenti, rilanciare il catalogo e rimettere in circolazione tutti i capitoli precedenti.
Anche «Beetlejuice Beetlejuice», pur muovendosi su un terreno più fantastico che romantico, è vicino per spirito ad «Amori & incantesimi». Nel 2024 Tim Burton ha ripreso un film del 1988 e lo ha trasformato in un successo da circa 452 milioni di dollari worldwide, su un budget vicino ai 100 milioni. La struttura industriale è quasi esemplare: Michael Keaton e Winona Ryder per chi ricorda l’originale, Jenna Ortega per il pubblico più giovane. Passato e presente nello stesso poster, nostalgia e ricambio generazionale nello stesso prodotto.

I ritorni «snì»
Non tutti i ritorni, però, funzionano. «Zoolander 2», quindici anni dopo il primo film, resta un controesempio perfetto: circa 57 milioni di dollari nel mondo su un budget di 50. Il culto cresciuto negli anni, i meme e la riconoscibilità dei personaggi non si sono trasformati automaticamente in biglietti. È qui che emerge il limite più evidente della nostalgia: il pubblico può amare profondamente il ricordo di un film senza avvertire alcun bisogno di vederne il seguito.
Hollywood, insomma, non ha scoperto di certo i film a colpo sicuro. Ha trovato qualcosa di più utile: un modo per partire con un rischio inferiore. Un film originale deve conquistarsi ogni centimetro di attenzione, spiegare chi sono i protagonisti, quale sia il tono e perché quella storia meriti il cinema e non lo streaming. Un titolo come «Il diavolo veste Prada 2» o «Amori & incantesimi 2» arriva invece sul mercato con vent’anni di promozione involontaria alle spalle: repliche televisive, DVD, piattaforme, gif, citazioni, meme, moda, stagionalità, TikTok, nostalgia.
Una nuova dimensione
Il paradosso è che molti di questi titoli sono oggi culturalmente più grandi di quanto fossero al momento della loro uscita. C’è anche una ragione demografica: chi aveva quindici anni nel 2000 oggi è intorno ai quaranta. È un pubblico con una maggiore capacità di spesa, spesso con figli, e ancora pienamente dentro il mercato cinematografico. Gli studios possono così parlare a due generazioni nello stesso momento: quella che vuole rivedere Sandra Bullock o Anne Hathaway e quella che arriva attraverso Joey King, Maisie Williams o Jenna Ortega.
Le major non stanno riesumando soltanto vecchi blockbuster: stanno trasformando retroattivamente in proprietà intellettuali film che vent’anni fa erano semplicemente commedie, commedie romantiche o fantasy sentimentali. È forse il segnale più interessante della crisi del cosiddetto cinema medio. Pellicole come «Il diavolo veste Prada», «Quel pazzo venerdì» o «Amori & incantesimi» appartenevano a una fascia produttiva che un tempo poteva permettersi di esistere senza essere parte di un universo narrativo. Oggi, per farne nuovamente un evento da sala, Hollywood aggiunge ciò che il mercato contemporaneo considera più rassicurante: un titolo già conosciuto.

Per questo «Amori & incantesimi 2» è qualcosa di più dell’ennesimo sequel tardivo. È il prodotto quasi perfetto di una nuova fase dell’industria, in cui non tornano soltanto i vecchi franchise, ma vengono trasformati in franchise anche film che non lo erano mai stati. La nostalgia, da sola, non garantisce il successo, ma garantisce attenzione, riconoscibilità e una conversazione già pronta a ripartire. E in un mercato in cui il problema principale non è soltanto convincere il pubblico a comprare un biglietto, ma prima ancora riuscire a farsi notare, può valere quasi quanto una buona idea.



