Vent’anni dopo, il diavolo non solo veste ancora Prada: prende l’economy, litiga con gli algoritmi, sopravvive agli hater e dimostra – con l’iconico sopracciglio appena sollevato – che il potere vero non ha bisogno di filtri Instagram. E sì, lo fa con una naturalezza talmente glaciale da ricordarci perché, nel 2006, siamo usciti dal cinema con una certezza: nella vita puoi cambiare lavoro, città, partner, perfino stile, ma Miranda Priestley resta un punto fermo dell’universo.
Un sequel necessario
Il ritorno nelle strade lucide e spietate di New York e negli uffici immacolati di Runway era inevitabile. Non solo perché il primo film è diventato un culto generazionale, ma perché l’industria che raccontava – quella della moda e dell’editoria – è stata travolta da uno tsunami digitale che meritava di essere raccontato con lo stesso sarcasmo affilato di allora.
Il risultato è un sequel che non prova a essere migliore dell’originale (impresa impossibile), ma che ha l’intelligenza di essere diverso: più cinico, più politico, più consapevole. E, sorprendentemente, anche più umano.
Una crisi chiamata futuro
La trama è semplice solo in apparenza. Runway non è più la fortezza dorata che conoscevamo. Gli inserzionisti sono nervosi, i budget si restringono, i lettori migrano verso TikTok e le influencer ventenni parlano di diversity tra una sfilata e un unboxing. Miranda, un tempo intoccabile, è diventata bersaglio di meme e commenti velenosi. Non perché abbia perso talento – quello no – ma perché rappresenta un mondo che molti vorrebbero archiviare: elitario, competitivo, politicamente scorretto, spietato. Un mondo che faceva ridere vent’anni fa e che oggi fa discutere.
Il ritorno di Andy
E qui entra in scena Andy Sachs. Non più l’assistente impacciata che inciampava nei tacchi, ma una giornalista d’inchiesta pluripremiata, con lo sguardo stanco di chi ha visto troppo e la sicurezza di chi ha imparato a dire no.

Il problema è che anche i giornali seri chiudono, e i licenziamenti arrivano come temporali estivi: improvvisi, inevitabili, umilianti. Così Andy torna da Miranda. Non per nostalgia, ma per necessità. E Miranda, naturalmente, non la accoglie con entusiasmo. La osserva come si osserva un vestito vecchio: con sospetto, ma anche con un filo di curiosità.
Il potere della pubblicità
Il primo grande colpo di scena arriva quando scopriamo che la sopravvivenza di Runway dipende da una sola cosa: la pubblicità. Non più solo le idee. Non più solo il talento. Non più solo la reputazione, ma la pubblicità.
Ed è qui che riappare Emily Charlton, trasformata nella versione corporate di se stessa: impeccabile, velocissima, spietata. Oggi dirige la comunicazione della maison di lusso Dior che investe milioni nelle riviste. È elegante, ricchissima, temuta. E, soprattutto, determinata a dimostrare di poter essere dura quanto Miranda.

Il loro primo incontro è una delle scene più divertenti del film. Silenzio teso. Sguardi affilati. Complimenti che suonano come minacce. Emily prova a imitare Miranda. Il tono, la freddezza, la distanza. Ma le manca una cosa fondamentale: l’istinto e la sua visione. Perché la vera autorità non si copia. Si conquista.
La tragedia dell’economy
Il film accelera quando la redazione parte per la settimana della moda a Milano. Ed è qui che la commedia diventa quasi slapstick.
Miranda, costretta a viaggiare in classe economica per tagliare i costi, affronta la cabina dell’aereo come fosse un campo minato. Il sedile non si reclina abbastanza. Il vicino mangia sandwich rumorosamente. L’hostess sorride troppo e non le porta lo champagne.
È una scena geniale perché ribalta tutto: la donna più potente della moda intrappolata nella normalità. E la normalità, per lei, è la vera tragedia.
Milano, capitale dello spettacolo
A Milano, il film cambia ritmo. Diventa più brillante, più teatrale, più europeo. Le sfilate (come quella di Dolce&Gabbana) scorrono come videoclip, le luci si riflettono sulle vetrine di Montenapoleone e la moda torna a essere spettacolo puro. In mezzo a questo circo dorato, compare anche Lady Gaga che interpreta se stessa e canta la colonna sonora del film durante un evento esclusivo.
La sequenza è volutamente esagerata, quasi kitsch, e funziona proprio per questo: è una dichiarazione d’amore al glamour senza vergogna.
Il prezzo del successo
Uno dei momenti più intelligenti del film è l’intervista all’ex moglie di un magnate tecnologico (che potrebbe essere Jeff Bezos), una donna elegante e disillusa che racconta cosa significa vivere accanto a un uomo ossessionato dal successo.
Il dialogo è tagliente, ironico, quasi filosofico. Lei parla di solitudine, di ambizione, di sacrifici invisibili. Miranda ascolta in silenzio, cosa rarissima.
E per la prima volta la vediamo vulnerabile. Non debole. Vulnerabile. È una differenza sottile, ma decisiva.
Generazioni a confronto
Il film gioca continuamente con il tema delle generazioni. Da una parte c’è chi ha costruito un impero con disciplina e sacrificio. Dall’altra chi vuole cambiare le regole con velocità e creatività. Il messaggio non è moralista. Non dice che i giovani hanno ragione o che i veterani sono superati. Dice qualcosa di più semplice e più difficile: devono lavorare insieme. Perché il futuro non cancella il passato. Lo aggiorna.
Amicizie adulte
Anche l’amicizia viene trattata con un realismo sorprendente. Andy ed Emily non sono più rivali, ma non diventano nemmeno migliori amiche. Si rispettano. Si aiutano quando serve. Si tengono a distanza quando conviene. È un rapporto adulto, pragmatico, credibile.
Nigel, invece, resta il cuore emotivo della storia con i suoi messaggi. Elegante, ironico, sempre pronto a salvare la situazione con una battuta. È lui a ricordare a tutti perché lavorano nella moda: non per i soldi, non per la fama, ma per la bellezza. Una parola che oggi sembra ingenua, ma che nel film torna a essere rivoluzionaria.
Moda come linguaggio
Naturalmente non manca il glamour. Gli abiti sono spettacolari, le scenografie sontuose, i dettagli maniacali. Ma questa volta la moda non è solo estetica. È linguaggio. È politica. È identità. Si parla di inclusione, di sostenibilità, di diversità. Non come slogan, ma come processi lenti, imperfetti, spesso contraddittori.
Il film lo dice chiaramente: la moda sta cambiando. Non abbastanza. Non abbastanza in fretta. Ma sta cambiando.
La passione che resta
E poi c’è il tema più universale di tutti: la passione. Quella che ti fa lavorare di notte. Quella che ti fa piangere in bagno. Quella che ti fa rialzare quando tutti pensano che sia finita. Miranda incarna questa ossessione meglio di chiunque altro. Ama il suo lavoro più della sua famiglia, più della sua reputazione, più della sua felicità. Non è un modello morale, ma è un simbolo potentissimo: la dedizione assoluta. E alla fine, come sempre, vince. Non perché sia buona. Non perché sia giusta. Ma perché è preparata.
Un finale inevitabile
Il finale è elegante e inevitabile. Runway sopravvive, ma cambia forma. Andy trova una nuova strada professionale. Emily impara che il potere senza empatia è solo rumore. Nigel continua a lavorare sodo e a sorridere. E Miranda, con la calma di chi ha visto tutto, resta al suo posto.

Certo, i sequel raramente hanno la magia dei primi film. La sorpresa è finita, la nostalgia pesa, le aspettative erano altissime. Ma questo secondo capitolo ha una qualità rara: sa ridere di se stesso. Non prova a imitare il passato. Lo osserva con ironia e lo trasforma in esperienza.
Una lezione per chi lavora nella comunicazione
Per chi lavora nell’editoria, nella comunicazione o nella moda il film è quasi terapeutico. Ricorda che i mestieri cambiano, le piattaforme cambiano, i linguaggi cambiano. Ma alcune regole restano identiche: fidarsi delle nuove generazioni, non smettere di imparare a proteggere le relazioni che funzionano e accettare che il successo richiede tempo. Molto tempo. A volte – come nel film – proprio vent’anni.
L’ultima certezza
Quando scorrono i titoli di coda, resta una sensazione precisa: il mondo corre più veloce di noi, ma il talento e la visione trovano sempre il modo di restare rilevanti. Non importa quante rivoluzioni tecnologiche arrivino. Non importa quanti algoritmi decidano cosa vedere e cosa comprare. Alla fine, sono ancora le persone a fare la differenza. Con il loro carattere. Con i loro errori. Con la loro passione. E con quel tono di voce glaciale che può fermare una stanza intera. È tutto.



