Opinioni

Il Diavolo (veste Prada) è tornato e comanda ancora: la recensione

Crisi dell’editoria, vecchi conti in sospeso e colpi di scena ridisegnano le gerarchie, ma una cosa non cambia: la direttrice Miranda Priestley continua a dettare le regole del gioco. Abbiamo visto il film in anteprima (attenzione agli spoiler)
Angelo Ruggeri
Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada 2 - Foto Macall Polay
Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada 2 - Foto Macall Polay

Vent’anni dopo, il diavolo non solo veste ancora Prada: prende l’economy, litiga con gli algoritmi, sopravvive agli hater e dimostra – con l’iconico sopracciglio appena sollevato – che il potere vero non ha bisogno di filtri Instagram. E sì, lo fa con una naturalezza talmente glaciale da ricordarci perché, nel 2006, siamo usciti dal cinema con una certezza: nella vita puoi cambiare lavoro, città, partner, perfino stile, ma Miranda Priestley resta un punto fermo dell’universo.

Un sequel necessario

Il ritorno nelle strade lucide e spietate di New York e negli uffici immacolati di Runway era inevitabile. Non solo perché il primo film è diventato un culto generazionale, ma perché l’industria che raccontava – quella della moda e dell’editoria – è stata travolta da uno tsunami digitale che meritava di essere raccontato con lo stesso sarcasmo affilato di allora.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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