Cinema

«Amleto» e «La Divina Commedia» si ritrovano insieme nell’anime «Scarlet»

Cristiano Bolla
Esce in sala in questi giorni un film d’animazione giapponese che rielabora alcuni degli immaginari letterari europei più famosi, per raccontare un tragico viaggio tra vita, morte e vendetta
Dall'anime «Scarlet» di Mamoru Hosoda
Dall'anime «Scarlet» di Mamoru Hosoda
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Tra le uscite del weekend in sala, accanto a film dal tono più leggero come «Rental Family» e assurde storie vere come «Il filo del ricatto», questa settimana trova spazio un titolo molto diverso per forma e ambizione: «Scarlet», nuovo film d’animazione firmato dal giapponese Mamoru Hosoda. Un anime, quindi, termine che ormai indica generalmente quelle opere realizzate con tecniche animate (disegno tradizionale, digitale o una combinazione delle due) in arrivo dal Giappone e riconoscibili per stile visivo, ritmo e attenzione a temi anche adulti.

Hosoda è uno dei registi più noti di questo cinema: autore di film come «La ragazza che saltava nel tempo», «Wolf Children» e «Belle», negli anni ha costruito un pubblico internazionale raccontando famiglie, crescita, identità e ferite emotive, spesso attraverso mondi fantastici che diventano specchi del presente.

La trama

«Scarlet» parte come una tragedia cavalleresca: la protagonista è una principessa guerriera che vede il padre, re amato dal popolo, travolto da un complotto di palazzo. Il responsabile è lo zio, figura di potere pronta a prendersi tutto, trono compreso. Se vi è suonato un campanello in testa, è normale e avete colto il primo grande riferimento dietro al film: «Amleto» di Shakespeare, curiosamente protagonista in questi giorni al cinema anche grazie al tragico e toccante «Hamnet».

La struttura del tradimento “in famiglia”, lo zio usurpatore, il peso di un’eredità impossibile da accettare e la spinta alla vendetta che divora ogni altra scelta rimandano apertamente alla tragedia elisabettiana, ma Hosoda cambia prospettiva e corpo del racconto: al centro non c’è un principe indeciso, bensì una donna che reagisce con la forza, con l’azione, con il desiderio bruciante di pareggiare i conti.

Il punto di svolta arriva quando Scarlet muore e si risveglia in un aldilà che il film immagina come una terra desolata, sospesa fra vita e morte, popolata da anime di epoche diverse e attraversata da un senso continuo di precarietà: si può “svanire”, diventare nulla.

Dall'anime «Scarlet» di Mamoru Hosoda
Dall'anime «Scarlet» di Mamoru Hosoda

È qui che, più che “adattare” Dante Alighieri in modo letterale, Hosoda sembra evocare l’esperienza dell’Inferno come soglia e come smarrimento. Compare addirittura la celebre iscrizione: «Lasciate ogni speranza, voi che entrate». D’altronde lo stesso Hosoda ha indicato Dante come bussola per connettere i suoi mondi: «Cercando di capire come mettere in contatto i due mondi del film e mi è venuta in mente la Divina Commedia di Dante che avevo letto durante il liceo, perché racconta diverse ere e mondi in più cicli temporali. Ho capito che quella era la strada» ha dichiarato il regista.

Il legame con Dante

Questo parallelismo con Dante non è solo un vezzo colto, ma un modo per trasformare il viaggio di vendetta in un viaggio interiore. Scarlet, come un pellegrino rovesciato, attraversa un “oltre” che non promette salvezza automatica: deve meritarsi un’uscita che non sia soltanto la soddisfazione di colpire il nemico. In questo percorso entra in scena Hijiri, un soccorritore dei giorni nostri che si ritrova nello stesso altrove.

Il suo sguardo è l’opposto di quello di Scarlet: cura, ascolta, prova a rimettere insieme pezzi, anche quando intorno domina la legge del più forte. La coppia diventa così il dispositivo con cui Hosoda porta «Amleto» fuori dal palazzo e lo fa diventare una domanda contemporanea: che cosa resta di noi quando l’unico linguaggio sembra quello della vendetta?

I temi

Sotto l’azione e l’epica, «Scarlet» lavora su temi profondi e riconoscibili: l’elaborazione del lutto, la tentazione di ridurre il dolore a un unico proposito di vendetta, la dipendenza emotiva dalla rabbia, il rischio che la giustizia si trasformi in pura perpetuazione della violenza.

Shakespeare offriva un protagonista intrappolato tra pensiero e sangue; Hosoda prende quello scheletro e lo spinge dentro un paesaggio purgatoriale, dove il punto non è soltanto “vendicarsi o no”, ma soprattutto che cosa accade dopo, e se sia possibile spezzare il ciclo prima che consumi tutto: identità, memoria, futuro. In un momento storico in cui l’idea di “rispondere colpo su colpo” è più che mai un pensiero e una preoccupazione reale, «Scarlet» usa l’anime – cioè un linguaggio capace di rendere visibile l’invisibile – per parlare di perdite reali, e della scelta più difficile: non dimenticare il dolore, ma non lasciare che diventi l’unica forma di vita possibile.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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