Cinema

La vera (e folle) storia dietro al film «Il filo del ricatto»

Cristiano Bolla
Il regista Gus Van Sant è andato a ripescare un incredibile fatto di cronaca degli anni ‘70 e lo ha tradotto in un thriller dai toni anche molto divertenti
Dal film «Il filo del riscatto» - Foto di Stefania Rosini
Dal film «Il filo del riscatto» - Foto di Stefania Rosini
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C’è un tipo di cinema che riesce a trasformare una pagina di cronaca in un racconto teso, quasi irresistibile, senza rinunciare a una vena di ironia amara. «Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire», in arrivo nelle sale italiane dal 19 febbraio 2026 con BiM, si muove esattamente su quel crinale: parte da un episodio reale che nel 1977 tenne l’America col fiato sospeso e lo rilegge come un thriller dal passo rapido, spesso grottesco, affidato soprattutto a un protagonista magnetico. A renderlo così irresistibile è proprio questa doppia anima, tra suspense e umorismo nerissimo, con Bill Skarsgård capace di rendere Tony Kiritsis imprevedibile e ipnotico, sempre in bilico tra tragedia e farsa.

La regia

Dietro la macchina da presa c’è Gus Van Sant, autore che negli anni ha alternato film molto diversi tra loro: il successo più “classico” di «Will Hunting – Genio ribelle», il ritratto politico di «Milk», l’esperimento radicale di «Elephant», passando per titoli di culto come «Belli e dannati». Qui torna a un’America quotidiana e nervosa, e lo fa attraverso un caso che – come ha raccontato lo stesso regista alla Mostra del Cinema di Venezia – lo attirava anche per ragioni personali: «Ero interessato principalmente al luogo, il Midwest, perché la mia famiglia proviene da lì e non ci avevo mai girato. Mi attraeva il congegno che aveva creato, ma anche il fatto che le ragioni delle sue azioni fossero dettate da una specie di eroismo distorto».

Il film, presentato Fuori Concorso alla kermesse lagunare, mette insieme volti riconoscibili anche per chi segue serie e cinema mainstream: Bill Skarsgård (figlio e fratello d’arte diventato celebre per «IT»), Dacre Montgomery (da «Stranger Things»), Colman Domingo (attore di prestigio, spesso premiato e candidato, e protagonista di film come «Rustin»), Myha’la (nota per la serie HBO «Industry»), oltre a Cary Elwes e a un cameo di Al Pacino.

La trama

Per raccontarne la trama, riavvolgiamo indietro. La storia vera ci riporta a martedì 8 febbraio 1977, a Indianapolis. Anthony “Tony” Kiritsis, proprietario di un terreno acquistato con l’idea di farne un centro commerciale, si convince di essere stato intrappolato da un sistema di debiti e scadenze che lo sta portando al pignoramento. Nel suo mirino finisce la Meridian Mortgage Company e, in particolare, Richard O. Hall, dirigente legato alla pratica del mutuo. Kiritsis entra negli uffici, prende Hall in ostaggio e costruisce un dispositivo che dà il titolo al film: un fucile a canne mozze collegato con un filo al collo dell’ostaggio e al grilletto, concepito per sparare in caso di intervento o movimento. È un’immagine brutale, quasi assurda, che spiega perché la vicenda divenne immediatamente un evento mediatico.

Da lì si innesca uno stallo lungo circa 63 ore. Kiritsis trascina Hall fuori dagli uffici e lo costringe a spostarsi per la città, mentre polizia e giornalisti inseguono ogni passo. In quelle ore il rapitore chiede non solo soldi e cancellazione dei debiti, ma soprattutto riconoscimento pubblico: vuole che la sua versione dei fatti venga ascoltata e che qualcuno ammetta l’ingiustizia che lui ritiene di aver subito. Secondo più ricostruzioni, tra le richieste figurano anche 5 milioni di dollari e un’apologia pubblica, oltre all’immunità. Ed è qui che entra in gioco un altro elemento centrale: Kiritsis pretende di parlare con un conduttore radiofonico locale, Fred Heckman (WIBC), trasformando radio e televisioni in un megafono della crisi. Alcuni analisti storici della comunicazione in Indiana indicano proprio questo passaggio – la gestione “in diretta” di una trattativa con ostaggio – come uno spartiacque che ha segnato il modo di raccontare simili emergenze.

«Il filo del riscatto» - Foto di Stefania Rosini
«Il filo del riscatto» - Foto di Stefania Rosini

L’epilogo della storia vera arriva giovedì 10 febbraio 1977: Kiritsis organizza una sorta di conferenza stampa, rilascia Hall e viene arrestato immediatamente dopo. Dopo, la vicenda continua nelle aule di tribunale: Kiritsis è stato processato per reati gravi (sequestro di persona, rapina a mano armata ed estorsione armata) e il 21 ottobre 1977 una giuria lo ha dichiarato non colpevole per infermità mentale. La vicenda viene ancora ricordata anche perché contribuì a spingere riforme e discussioni sull’uso della difesa per infermità mentale in Indiana, con l’introduzione e la diffusione di formule come “guilty but mentally ill” nel dibattito statunitense successivo. Kiritsis è morto nel 2005, mentre Hall, rimasto a lungo in silenzio sull’accaduto, ha pubblicato un memoir nel 2017 ed è morto nel 2022.

Il messaggio

A Venezia, anche gli attori hanno insistito sull’ambiguità emotiva dietro a «Il Filo del Ricatto – Dead Man’s Wire». Montgomery – che interpreta Hall – ha descritto un lavoro molto “fisico” e ravvicinato con Skarsgård: «Abbiamo passato un mese in una stanza insieme, legati da un filo di metallo»; Domingo invece ha definito il suo personaggio radiofonico come una figura di fiducia pubblica nel mezzo del caos: «Rappresenta la voce del popolo, qualcuno di cui la gente si può fidare». È un punto che torna anche nelle letture critiche: l’intrattenimento nasce dalla tensione, ma anche dalla stranezza quasi comica dell’apparato mediatico che cresce attorno all’evento e dalla brillante e magnetica performance di Skarsgård, vero motore di un film piccolo ma a suo modo folle e imperdibile.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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