Cultura

Shakespeare nel film Hamnet: «C’è ricerca, ma anche libertà narrativa»

Francesco Fredi
Per il prof. Franco Lonati, docente di Letteratura inglese, è azzardato collegare autobiografia e produzione letteraria
«Hamnet» diretto dalla premio Oscar Chloé Zhao
«Hamnet» diretto dalla premio Oscar Chloé Zhao
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Quanto Shakespeare reale c’è nel film «Hamnet» di Chloé Zhao? Domanda lecita poiché su storia e personaggi reali, spesso Hollywood si prende licenze poetiche fuorvianti. Ne abbiamo ragionato, prima dell’uscita in sala della pellicola, col prof. Franco Lonati, docente di Letteratura inglese all’università Cattolica di Brescia, che nel 2009 ha pubblicato il saggio «Segnàti dalle stelle. Romeo&Juliet al cinema» e nel 2021 collaborato col regista Joel Coen e l’attrice Frances McDormand curando i sottotitoli italiani che avrebbero accompagnato «The Tragedy of Macbeth» alla Mostra di Venezia (cui fu però poi preferito il New York Film Festival).

Professore, diamo a Shakespeare quel che è di Shakespeare e a Zhao quel che è di Zhao...

In attesa di vedere il film ho letto il romanzo di Maggie O’Farrell che l’ha ispirato e scorre rapido, con momenti profondi quando tocca il tema delle malattie dei bambini e vira sul personale dell’autrice ex-malata infantile e madre. C’è ricerca, ma anche libertà narrativa, come probabilmente nel film: è intrattenimento, non un saggio. Non è la prima volta che si romanza sul figlio di Shakespeare e Hamnet era un nome abbastanza comune all’epoca: il padre l’aveva scelto – così come Judith per la gemella – da quelli di amici fornai vicini di casa, che a loro volta battezzarono William un loro figlio.

Che cosa attesta la Storia della letteratura?

Su Shakespeare sono circolate teorie fra strampalato e leggendario, si è dubitato dell’authorship di certi testi, fantasticato che fosse italiano, o uno pseudonimo utilizzato da Christopher Marlowe e altri. Bufale nate nell’800 che persino scrittori famosi come Henry James e Mark Twain alimentarono in dissacratoria anti-Bardolatrìa. Fantasie senza prove; semmai ve ne sono a smentirle: Shakespeare è esistito eccome!

E dell’undicenne povero Hamnet cosa si sa per certo?

Ci sono i documenti di battesimo e del funerale l’11 agosto 1596. Nel libro si cita la peste all’epoca effettivamente epidemica, ma i biografi indicano il tifo; di certo la gemella Judith visse fino a 70 anni, e c’era una sorella maggiore Susanna.

E l’idea che quel lutto stroncò l’uomo-William, ma ne stimolò la creatività e avviò il successo (è la tesi di libro e film) a partire dall’«Amleto»?

C’era mortalità infantile altissima e perdere un figlio era una disgrazia, ma non una rarità. E c’era un rapporto differente da oggi con l’idea della morte: era accettata, non rimossa. Romanzo&film sono incentrati sul dolore della madre Anne Hathaway (Agnes su pagina e schermo; così come Shakespeare è nominato solo Will) e del padre. Hamnet era l’unico maschio e perderlo aggiungeva impatto genealogico alla tragedia. Anche il ritratto di John, il guantaio padre di Shakespeare, è con sguardo moderno: si ubriaca, irride William come femminuccia poiché scrive, e vorrebbe impedirglielo. Non fu certo un santo: da piccolo amministratore pubblico s’indebitò e toccò a William pagare, ma qui viene mostrato come moderno padre-padrone.

Quel lutto influenzò, oltre la vita, anche l’arte di Shakespeare? Esistono prove o suoi scritti di ciò?

Sono restìo a interpretare le opere in chiave autobiografica: vita e piano letterario d’un autore erano, di regola allora, distinti; solo col Romanticismo gli scrittori cominciano a esplicitare le loro vite nei loro testi. Certo, poteva accadere, come per Ben Jonson che scrisse «On My First Son» in memoria del figlio morto di peste a 7 anni. E c’è chi vede in passaggi di testi shakespeariani riferimenti che in maniera obliqua rimanderebbero alla disgrazia: ne «La dodicesima notte» ci sono due gemelli, maschio e femmina come Hamnet e Judith, e il maschio muore, salvo poi tornare redivivo. In «Amleto» c’è l’eco del nome che però, essendo comune, non prova nulla, e ci sono un padre e un figlio, ma adulto. In «Re Giovanni» una madre piange la morte d’un figlio e c’è chi ipotizza sia una parte aggiunta dopo il vero lutto. Ma Shakespeare non scrisse mai ’in morte di’, né della fine di Hamnet.

Dunque «Hamnet», più che un biopic da cui conoscere il Bardo, è una riflessione sulla condizione umana, su un dolore indicibile persino per le parole alate di Shakespeare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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