Cinema

Brendan Fraser torna al cinema con il film sulle «famiglie in affitto»

Cristiano Bolla
L’attore premio Oscar veste i curiosi panni di un attore che viene noleggiato tramite agenzia per le occasioni più disparate: una realtà che in Giappone esiste davvero
Rental Family
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Uno degli attori più amati e brillanti del cinema contemporaneo, Brendan Fraser, torna al cinema da protagonista con un progetto che sfrutta al meglio la sua capacità di mescolare fragilità e ironia, qualità che gli hanno regalato un’ondata di affetto popolare e il riconoscimento massimo con l’Oscar per «The whale».

In «Rental family - Nelle vite degli altri» (al cinema dal 19 febbraio con Disney), lo ritroviamo in una dimensione apparentemente laterale, quasi dimessa, ma capace di trasformarsi in un terreno emotivo scivoloso: interpreta infatti un attore «in affitto», arruolato da un’agenzia giapponese discreta e specializzata nel prestare volti e presenze a chi ne ha bisogno.

La trama

Il film diretto da Hikari (pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki) è ambientato nella Tokyo contemporanea e segue Philip, americano che vive in Giappone e fatica a trovare un equilibrio tra audizioni, lavori occasionali e un senso di appartenenza che sembra sempre rimandato. Quando gli si presenta l’opportunità di lavorare per una rental family agency, l’incarico appare inizialmente come un compromesso pratico: recitare è il suo mestiere, e in fondo si tratta solo di un’altra parte da interpretare.

L’agenzia gli affida ruoli di volta in volta diversi, adattati alle necessità dei clienti: un parente presente quando non c’è, un amico quando serve una spalla, una figura di contorno per colmare un vuoto che all’esterno non deve vedersi. Ma, incarico dopo incarico, Philip comincia a entrare davvero nelle vite degli altri, e il film sposta il baricentro dalla stranezza del servizio alla domanda più scomoda: dove finisce la performance e dove comincia un legame autentico? La promessa di «fare finta» si incrina proprio nel momento in cui l’empatia diventa inevitabile, e la vicinanza – anche se a pagamento – produce conseguenze reali.

Il fenomeno

La particolarità di «Rental family» è che l’idea centrale non nasce dal nulla. In Giappone esistono davvero servizi che offrono persone «a noleggio» per impersonare parenti, amici, partner o presenze a eventi, rispondendo a una domanda che intreccia solitudine, pressione sociale e necessità di mantenere una facciata di normalità.

Un caso raccontato dalla Associated Press riguarda Heart Project, realtà fondata da Ryuichi Ichinokawa e attiva da oltre due decenni: il servizio può fornire figure di contorno a cerimonie o incontri, ma anche ruoli più specifici e delicati. Alcuni membri dell’agenzia si sono finti reporter per riempire un evento altrimenti vuoto, oppure hanno interpretato partner in contesti privati in cui la presenza di qualcuno è richiesta per affrontare passaggi pratici o socialmente complessi. È un ventaglio che chiarisce come l’obiettivo non sia soltanto «fare numero», ma offrire una soluzione temporanea a un bisogno percepito come urgente, anche quando il bisogno riguarda l’immagine pubblica oltre che il benessere personale.

Le radici del fenomeno sono documentate da tempo. Diverse ricostruzioni storiche indicano tra i primi esempi una società di Tokyo, Japan Efficiency Corporation, che già nel 1991 avrebbe avviato un servizio basato sull’impiego di attori e «stand-in» per fornire quella che veniva descritta come un’assistenza relazionale, pensata per chi faticava nei rapporti o cercava un sostegno in una cultura in cui l’espressione diretta del disagio può essere più difficile. Una testimonianza giornalistica d’epoca racconta che, già all’inizio degli anni ’90, l’idea di affittare una famiglia o una presenza di supporto veniva presentata come risposta a un vuoto emotivo crescente dentro ritmi di vita frenetici.

Il messaggio

Il film gioca su questo confine: l’esistenza di un servizio reale rende più potente la domanda etica che attraversa la storia. Se una presenza pagata può alleviare l’isolamento o aiutare qualcuno a reggere un momento di pressione, dove si colloca la verità del rapporto? E cosa resta, quando il contratto finisce? «Rental family» non pretende di liquidare il tema con una battuta di colore: usa l’assurdo solo come porta d’ingresso e poi insiste sulle sfumature, mostrando quanto sia facile desiderare una connessione e quanto sia complicato ammettere, anche a se stessi, di averne bisogno. E lo fa mettendo al centro Brendan Fraser, una garanzia quando si tratta di affidare una storia così di cuore a un campione assoluto di delicatezza e ironia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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