La (ri)costruzione del ricordo della madre, di fatto mai conosciuta. È il tema al centro di «Lo spazio vuoto», film diretto da Alberto Ceresoli e Stefano P. Testa, in concorso al Biografilm di Bologna, nel quale il primo dei due registi è anche il motore della ricerca da cui origina il documentario.
La storia è in buona parte bresciana: la notte del 13 ottobre 1990, appena dato alla luce il suo secondo figlio, la diciannovenne Luisa si getta dal sesto piano dell’ospedale di Montichiari e muore.
La ricostruzione

Oltre trent’anni più tardi, Alberto – che è stato adottato insieme al fratello minore da una famiglia di Bergamo, e non conserva ricordo dei genitori biologici – decide di fare luce sulla storia familiare per confrontarsi con un’assenza che ha segnato la sua vita e ricomporre la memoria perduta di sua madre attraverso luoghi, fotografie, materiale d’archivio (anche reperito nell’Emeroteca della biblioteca Queriniana) e testimonianze (in particolare quelle del padre biologico Romolo e dello zio Gerardo, ma pure delle amiche di Luisa).
La spinta decisiva arriva dalla compagna Carmela Cosco, insieme alla quale Alberto si occupa di arte contemporanea e sperimentale, che ha poi firmato con lui il soggetto; Testa, filmaker rodato, è coinvolto successivamente ma sposa in pieno il progetto, occupandosi anche della fotografia e del montaggio.
Oltre la tragedia
Carmela chiede di vedere foto di Luisa, quel paio che Alberto aveva ottenuto anni addietro, in un primo fugace contatto con i parenti. E da lì nasce l’idea stessa del film: «Si è innescato – ci dice Ceresoli – un meccanismo che mi ha indotto a volere di più: mi sono accorto che avevo bisogno di una storia. Ho sentito l’esigenza di andare oltre la tragedia, per trovare una connessione più intima con Luisa».
In questa operazione di (ri)costruzione della memoria anche il mezzo cinematografico gioca un ruolo non secondario: «Ha funto da filtro – continua Alberto – e ci ha consentito di realizzare un viaggio in punta di piedi nel tempo e nello spazio, in cui io sono fuoricampo (compare in effetti in un’inquadratura solo poco prima della fine, ndr), mentre Luisa è fuoritempo. Ma ha pure consentito, a me e Stefano, di lavorare di immaginazione, che intrecciata alla ricerca documentale ha permesso di riempire spazi altrimenti vuoti».

La regia
Affinché questo potesse avvenire, i due registi si sono divisi i ruoli, come ha spiegato Testa: «Se Alberto era in prima linea, a contatto con le persone che abbiamo interpellato e con i fatti, io sono rimasto più defilato, dietro la macchina da presa, cercando di restituire la sua presenza in maniera indiretta, affinché non diventasse ingombrante, evitando una deriva troppo soggettiva».
Con rimandi dichiarati a livello cinematografico («Un’ora sola ti vorrei» di Alina Marazzi) e letterario («Dove lei non è» di Roland Barthes e «Dove non mi hai portata» di Maria Grazia Calandrone, più ancora che «Fai bei sogni» di Massimo Gramellini) «Lo spazio vuoto» è un film potente, che espone ma non giudica, in cui la musica – soprattutto nelle sequenze in cui si palesano le composizioni inedite al pianoforte di Vinicio Capossela – funge da contrappunto alle immagini, «apparentemente cullante, quasi metafisica, ma comunque pronta a integrare elementi stridenti, dissonanti, che richiamano alla realtà».



