Storie

House of Wührer, la dinastia di maestri bresciani della birra

La famiglia che dà nome all’omonimo borgo che affaccia su viale della Bornata ha origini austriache: tutta la storia imprenditoriale, dal 1540 a oggi
Giulia Camilla Bassi
Una foto d'epoca di viale della Bornata e della fabbrica di birra Pietro Wurher
Una foto d'epoca di viale della Bornata e della fabbrica di birra Pietro Wurher

Nel dna bresciano non c’è solo il vino. C’è anche la birra. E c’è da quasi due secoli, da quando la città divenne, per uno strano gioco del destino, la capitale italiana della birra. Quella dei Wührer e dell’omonima fabbrica, infatti, è una storia che comincia, come nelle favole, da «molto, molto, lontano».

Dal Cinquecento

Le prime tracce della famiglia risalgono al 1540 e, come il nome suggerisce, non appaiono in città, ma in Austria, in un sobborgo di Altheim, nell’area tra Salisburgo e Passau. Il cognome, nelle fonti, cambierà nel tempo – Wierer, poi De Wier, poi Wührer – ma il mestiere no. Quella dei Wührer è una dinastia di mastri birrai, con sede ad Obernberg am Inn, una cittadina sul fiume che segna il confine tra Austria e Baviera, terra di antichissima tradizione brassicola.

Ed è proprio qui che prende il via la storia di Franz Xaver Wührer, l’uomo che cambierà tutto, o che – certamente – cambierà la storia della birra in Italia. Escluso dall’eredità di famiglia – la fabbrica era passata in gestione a una sorellastra – Franz si muove verso sud, alla ricerca di un luogo in cui la birra non fosse poi così conosciuta e dove il mercato potesse essergli favorevole. Ed è a Brescia che si ferma nel 1829, dove risulta censito all’anagrafe cittadina come «forestiero». Proprio qui, all’odierno numero 46 di via Trieste (all’epoca contrada di Santa Maria in Calchera) apre la sua prima fabbrica di birra. Oggi, alzando gli occhi dalla strada, c’è anche una targa a ricordarlo.

Il successo

Il successo non tarda ad arrivare per Franz, oramai naturalizzato Francesco Saverio. In una città che contava allora circa 45mila abitanti, in cui il vino era profondamente radicato nella cultura popolare, la birra apparì forse come una curiosità esotica e, dunque, spopolò.

Ma l’inserimento in città della famiglia non avvenne certo in un momento felice. Nel 1829 Brescia viveva ancora le conseguenze delle repressioni austriache legate alle vicende napoleoniche. Francesco Saverio lo capisce e si muove con intelligenza: si integra, si fa benvolere, evita di fare del suo cognome un simbolo della dominazione straniera. Tanto che, come riporta «La Provincia di Brescia» del 17 luglio 1889, nel 1848 — quando le tensioni risorgimentali raggiungono il culmine — arrivò a italianizzare il proprio cognome in «Vireri» per prudenza, in un clima in cui tutto ciò che suonava austriaco poteva essere guardato con sospetto.

C’è da dire però che i Wührer non fuggirono. Anzi. Solo pochi anni dopo, nel maggio del 1866, i due figli di Francesco Saverio, Giuseppe e Pietro senior, si arruolarono nel Corpo Volontari Italiani di Garibaldi, combattendo in Valsabbia, come ricorda l’Enciclopedia Bresciana di monsignor Antonio Fappani. Sempre l’Enciclopedia riporta come, in occasione proprio della morte di Francesco nel 1870, il settimanale «La Sentinella Bresciana» lo ricordasse con parole eloquenti: «Onesto, operoso, caritatevole, amante della famiglia seppe egli guadagnare la stima di quanti lo conobbero e vincere perfino gli odi di parte in tempi difficilissimi».

Pietro Senior

Ma la storia deve andare avanti e richiede nuovi protagonisti per affrontare le sfide del domani. Ed è proprio un giovanissimo Pietro Senior a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia a soli vent’anni. Con lungimiranza sviluppa le visioni imprenditoriali del padre e in poco tempo decuplica gli ettolitri prodotti e amplia anche la produzione di gazzose, seltz, liquori e sciroppi in uno stabilimento di famiglia con sede in contrada san Clemente. Nel 1889, conoscendo bene l’importanza dei corsi d’acqua presenti nell’area, acquista dalla famiglia Ducos Gussago lo spazio alla Bornata – all’epoca a tutti gli effetti campagna – dove fece edificare la nuova fabbrica in stile liberty che oggi costituisce il nucleo dell’attuale Borgo Wührer. Un impianto moderno, completato nel 1895 e che continuerà ad espandersi fino al 1946.

La Wuhrer da viale della Bornata
La Wuhrer da viale della Bornata

Con la nuova fabbrica avviata, sembra quello il momento del grande salto. In Italia si contavano ormai 150 birrifici e l’aria era quella di un settore in piena espansione. Ma durò poco: un decreto governativo che tassava pesantemente la produzione di birra per proteggere il mercato vitivinicolo, tra il 1894 e il 1895, fece crollare i numeri e decimò le birrerie. Anche Pietro dovette cedere: chiuse il nuovo stabilimento e tornò al vecchio impianto di Santa Maria in Calchera, in attesa di tempi migliori che tardavano ad arrivare.

La visione commerciale di Pietro Junior

Nel 1898, con la situazione ancora bloccata, passò le redini al figlio Pietro Junior, anche lui chiamato, a soli vent’anni, a dirigere l’azienda di famiglia. Ma la sua formazione era tutt’altra cosa. Aveva studiato al Collegio Peroni e alla Scuola Professionale Moretto in città, imparato il tedesco a Rorschach in Svizzera, seguito un corso di industrie chimiche a Torino, frequentato l’Alta Scuola di specializzazione birraria a Worms e si era perfezionato a Monaco di Baviera. Arrivava alla guida dell’azienda con una visione tecnica e commerciale che a Brescia e in Italia, nel settore brassicolo non si era ancora mai vista.

Il suo primo obiettivo fu riaprire la Bornata, ma con metodi completamente diversi. Non bastava comprare macchinari nuovi: bisognava ripensare i processi produttivi, riorganizzare la distribuzione (con addirittura una scuderia di cavalli per le consegne) e fare ricerca. Introdusse il metodo Hansen di fermentazione chiusa, studiato in Germania, che impediva al mosto di venire a contatto con l’aria e permetteva una fermentazione controllata con lieviti puri selezionati. Il risultato era una birra che maturava più rapidamente, arrivava sterile all’imbottigliamento e guadagnava in durata, profumo e complessità di gusto.

1920, all'interno della fabbrica di proprietà della famiglia Wührer operai trasportano i fusti in cui è conservata la birra
1920, all'interno della fabbrica di proprietà della famiglia Wührer operai trasportano i fusti in cui è conservata la birra

Nel giro di pochi anni l’azienda tornò a crescere. E la vecchia sede di contrada Santa Maria in Calchera, abbandonata come fabbrica, si trasformò in un ristorante e un café chantant, con le graziose «kellerine» tirolesi e un palcoscenico sul quale si esibivano ballerine, cantanti e artisti di varietà. Nel 1915 il locale si spostò in corso Magenta, in un ampio chalet in stile liberty, la Casina delle Rose, tutto legno e vetrate, affacciato su un giardino.

Da piccola azienda a industria

Nel frattempo, nella migliore tradizione bresciana, la Wührer non era più una piccola realtà locale, ma stava diventando un vero e proprio polo industriale con stabilimenti a Firenze, Roma e Battipaglia. Alla Bornata sorse anche una vetreria che Pietro volle per produrre direttamente bottiglie e bicchieri.

Le due guerre mondiali misero a dura prova l’azienda – l’orzo sequestrato, la vetreria distrutta, la fabbrica di Roma bombardata nel 1943, quella di Brescia requisita dai tedeschi l’anno dopo – ma la ripresa fu ogni volta rapida. Del resto, Pietro junior era una mente brillante, abituato a trovare soluzioni dove altri vedevano ostacoli: fu lui, dopo la Grande Guerra, a convincere gli agricoltori locali a coltivare orzo su larga scala, trasformando una dipendenza dall’estero in una risorsa tutta bresciana.

La pubblicità della birra Wurher in corso Magenta
La pubblicità della birra Wurher in corso Magenta

Nel 1949 la Wührer lanciò due nuove birre, la scura St. Peter’s Beer e la chiarissima Crystall. Sempre nel 1949 avviò la produzione di bibite: l’aranciata, la cedrata, la gassosa in piccole bottiglie e la spuma, quest’ultima ribattezzata «Spuma del Garda» (marchio poi ceduto a un concessionario). Tutte le altre andarono sotto il nome commerciale «Cin Cin», accompagnate da un periodico aziendale dal titolo programmatico: «Cin-Cin. Rivista di vita serena e gaia». La pubblicità si allargò alla stampa, alla televisione, ai manifesti stradali. Nel 1954, al suo 125° anno di storia, il marchio valeva il 12% della produzione nazionale, mentre le birrerie attive in Italia si erano ridotte a trenta.

La birreria e lo sport

Nel frattempo, era cambiato il mondo e anche il modo di vivere la birra. Nel 1934 lo spaccio aziendale della Bornata era già diventato una birreria e ristorante. Ma è nel dopoguerra che i figli di Pietro junior – Francesco, Walter e Cesare – immaginano qualcosa di più: un luogo accogliente su un’arteria di passaggio, in cui fermarsi per gustare una buona birra. Nasce così quella che negli anni Sessanta prenderà definitivamente la forma dell’«Antica Birreria Wührer» che oggi conosciamo: lunghi banconi, spillatori, vetrate affacciate sulla strada, tavoli in legno massiccio.

Tutt’intorno, nel frattempo, un pezzo di città cresceva e la Wührer ne seguiva anche la quotidianità sportiva: negli anni Settanta sponsorizza il grande rugby bresciano, negli anni Ottanta, invece, campeggia sulle magliette del Brescia Calcio durante la doppia promozione dalla C alla A.

La squadra vinse lo scudetto nel 1974/1975
La squadra vinse lo scudetto nel 1974/1975

Poi la trasformazione che cambia tutto. Con la morte di Pietro junior nel 1967 e le difficoltà economiche che ne seguirono, i tre figli cercano nuovi capitali e nuovi soci. Nel 1974, dopo 145 anni, la famiglia perde la maggioranza nella società. Nel 1981 muore Francesco, il primo dei tre fratelli, e con lui si spegne l’ultima presa della famiglia sull’azienda. La multinazionale francese Bsn Danone scala progressivamente le quote fino al controllo totale nel 1988. Nello stesso anno cede il pacchetto alla Peroni a cui, però, la fabbrica non interessa: vuole il marchio. Nel 1989 stabilisce così la chiusura di tutti gli stabilimenti, a partire da quello della Bornata.

Il complesso resta abbandonato per anni, fino a quando, a partire dal 2001, viene trasformato in quello che tutti conosciamo come Borgo Pietro Wührer. Il marchio Wührer però sopravvive, oggi dentro il gruppo Asahi, il colosso giapponese che controlla anche Peroni. Sugli scaffali dei supermercati italiani, quella W è ancora riconoscibile.

Gli anni d'oro delle serate a Borgo Wurher - Foto Eden © www.giornaledibrescia.it
Gli anni d'oro delle serate a Borgo Wurher - Foto Eden © www.giornaledibrescia.it

A Brescia però il legame con la famiglia non si è mai davvero spezzato. Nel 2010, dopo la scomparsa del padre Cesare – l’ultimo dei fratelli ad aver lavorato alla Bornata – Federico Wührer continua a tenere viva la memoria di una grande storia di famiglia producendo la sua birra artigianale. Le prime etichette della WCesar escono nel giugno 2013: W come «Viva», Cesar come il padre. Birre non filtrate e non pastorizzate, con una storia da raccontare. Nel 2023, in occasione di Bergamo Brescia Capitale della Cultura, l’Antica Birreria ha invece aperto una mostra permanente che raccoglie i cartelli pubblicitari di fine Ottocento, bicchieri d’epoca, gli spot del Carosello con Ugo Tognazzi, le riviste, le carte intestate, le cartoline, le pubblicazioni e tante altre testimonianze.

Perché la Wührer, per i bresciani, non è solo la prima birreria d’Italia. È stata una fabbrica, un quartiere, un café chantant, una maglia, uno spot in televisione. Una storia che parte da un cognome straniero – Wierer, poi Wührer, per prudenza anche Vireri – ed è finita per diventare una grande storia imprenditoriale di casa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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