Ai figli e ai nipoti: il ricordo privato di Cesare Trebeschi

Torna in libreria nuova edizione ampliata de «Il primo incontro. Lettere scritte e non scritte» scritto dall'ex sindaco di Brescia
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Cesare Trebeschi - New Eden Group © www.giornaledibrescia.it
Cesare Trebeschi - New Eden Group © www.giornaledibrescia.it

Accanto al Trebeschi pubblico, sindaco della città - un’esperienza che ha lasciato un’eredità sul piano amministrativo strettamente connessa alla modernizzazione della Brescia contemporanea , e insieme densa di significati civili, di testimonianze improntate ad una severa moralità di stampo quasi giansenista - c’è un Trebeschi privato, padre e nonno di molti nipoti, che questa nuova edizione ampliata de «Il primo incontro. Lettere scritte e non scritte» (Morcelliana, 150 pp., 15 euro) porta compiutamente alla luce, restituendocelo nella sua più intima umanità.

Lettere ispirate da un precedente che per Trebeschi riveste il significato di una vera e propria lezione di vita: la lettera che l’1 giugno del 1932 riceve in occasione della prima comunione dal padre Andrea, fraterno sodale di Giovan Battista Montini, esponente di spicco del movimento cattolico, poi protagonista della Resistenza e deportato nel campo di concentramento di Mauthausen-Gusen, dove il 24 gennaio del 1945 subisce la morte per le atrocità patite.

Testimonianza

Ebbene Cesare a sua volta, a partire dal giugno del 2003 e successivamente ad intervalli sino al 2019, si rivolge ai nipoti - in precedenza lo ha già fatto in occasione del battesimo dei figli Andrea e Giovanni - per conversare con loro e rendere testimonianza di idealità e valori, di ferocie consumate, di solidarietà vissute e solitudini patite, di speranze e prove di fede che la malvagità degli uomini non stravolge e che la misericordia del Dio incarnato conforta e corrobora.

Gian Andrea Trebeschi, morto a Mauthausen il 24 gennaio 1945
Gian Andrea Trebeschi, morto a Mauthausen il 24 gennaio 1945

«Grani di sapienza» consegnati anzitutto come evocazione di un martirio, di un «giogo crudele» - la citazione di Teresio Olivelli è di Marco Fenaroli, che aggiunge la sua appassionata prefazione a quella assai penetrante di Tino Bino - che il bisnonno Andrea ha patito per «l’umiliazione di soprusi» dovuti «al forzato servizio dell’oppressore». Un giogo che ancora si riproduce nel «macigno dell’indifferenza» quando «si inaridiscono in questa stagione siccitosa i canali della verità».

Dunque da parte di Cesare Trebeschi non solo la nostalgia come dolore del ritorno a Gusen, alla «scala delle durissime pietre» che i prigionieri del campo sono costretti a scendere e a risalire sotto la sferza degli aguzzini, ma anche una disamina del presente, una denuncia, con nitida indignazione del disimpegno, dell’ignavia, dell’abbandono. E insieme anche l’elegia della bellezza, della gioia, della solidarietà nell’attesa dell’«ultimo incontro», della risurrezione di ogni uomo, della nostra, ma pure di quelli che «da questi orrendi lager sono partiti con mani grondanti di sangue innocente».

È il cristiano che confida nel Dio di ogni consolazione a dialogare con i nipoti, perpetuando una memoria che propone il paragone di vite esemplari, di modelli degni di sequela, che con disposizione accorata propone - quasi un inno - il senso della vita quando essa nasce, si svolge e poi muore, nonché il riconoscimento dell’altro nel suo volto e nel suo nome, «un bene prezioso».

Il Bene e il Male

E così queste lettere finiscono col comunicare ben al di là dei destinatari cui sono indirizzate e dei tempi in cui sono state scritte, chiamando in causa le opere e i giorni di tutti, dell’intera «Gerusalemme terrena». Essa si deve misurare col bene e col male, col giusto e con l’ingiusto, con la verità e la falsità, affinché il proprio transito si inveri nel suo fine, vale a dire nel ritorno alla casa del Padre dove tutti sono uno, tutto trova redenzione e riscatto nell’assoluta pienezza di sé, e l’umanità e la dignità di ognuno non conosce limiti.

L’ammonimento del padre Andrea a distogliere lo sguardo da ogni «faro accecante» conduce Trebeschi e la sua famiglia a rovesciare la logica del mondo e ad accogliere con gratuità oblativa Giovanni, volendolo come figlio e fratello, lui che porta pesanti handicap, ma i cui «occhi guardano cose che noi non vediamo» e che «alla luce del tramonto fanno vedere quel mondo che gli altri vedono alla luce dell’alba».

Ed è proprio la lettera per il battesimo di Giovanni che non casualmente chiude questa raccolta: la sintesi di pensieri che guardano oltre il qui e ora, verso la trascendenza: «chi conosce il dono di Dio? Solo chi non crede all’infinito vede un limite nei suoi doni».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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