Cultura

«Vite da ariani»: la storia dei Dalla Volta per conoscere la Shoah

Nicola Rocchi
Il bresciano Guido Dalla Volta ha ricostruito in un romanzo la vicenda di nonno e zio, deportati e morti ad Auschwitz: di Alberto parlò anche Primo Levi
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La storia dei Dalla Volta per fare memoria
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Guido Dalla Volta sta concludendo il lungo giro d’incontri nei quali, in prossimità del Giorno della Memoria, è stato invitato a parlare del libro «Vite da ariani» (prefazione di Liliana Segre; Enrico Damiani Editore, 512 pagine, 23,90 euro). In esso ha ricostruito, con lunghe ricerche tradotte in forma di romanzo, i fatti che condussero alla deportazione ad Auschwitz del nonno Guido e dello zio Alberto, arrestati nel dicembre 1943 per la loro origine ebraica ed entrambi uccisi: Guido nel lager, Alberto durante la «marcia della morte» del gennaio 1945. Vittime dei nazisti, ma «arrestati, incarcerati e deportati da parte di italiani», come sottolinea Dalla Volta nelle presentazioni.

Due pietre d’inciampo in piazza della Vittoria, dove la famiglia abitava, ricordano i loro nomi. E di Alberto Dalla Volta rimane un ritratto indimenticabile: quello che ne fece in molti scritti Primo Levi, del quale era diventato amico in prigionia.

La pietra d'inciampo dedicata ai Dalla Volta - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
La pietra d'inciampo dedicata ai Dalla Volta - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Guido Dalla Volta, perché celebrare il Giorno della Memoria?

Perché c’è ancora molto da ricordare, anche se è forte il rischio che diventi ripetitivo. Bisogna ogni volta cercare di rinnovare il messaggio e scavare: scrivendo il libro ho scoperto molti aspetti ancora in parte da chiarire e rielaborare. Ma fino a 20 anni fa non c’era nulla, su queste vicende era calato un velo di silenzio inaccettabile.

Tra gli aspetti che lei ha approfondito c’è la paradossale odissea burocratica che precedette l’arresto di Guido e Alberto...

Sono stato molto impressionato da quello che ho trovato, in particolare le pagine archiviate presso il ministero degli Interni a Roma, illuminanti sull’accanimento e la solerzia di questi impiegati che, anche nel periodo più difficile della storia italiana – stavamo perdendo la guerra su tutti i fronti –, continuavano imperterriti nel loro sforzo per individuare e classificare tutti gli italiani di origine ebraica. A partire dal censimento del 1938: negli archivi della Prefettura di Brescia è documentato come all’Anagrafe si fossero mobilitati per avere un elenco preciso degli ebrei bresciani.

Un elenco al quale suo nonno tentò di sottrarsi.

Per me è stata una scoperta. Non sapevo che il nonno avesse fatto tanti tentativi, presentando diverse istanze, per sfuggire agli effetti delle leggi razziali, ingaggiando l’avvocato Feroldi che era tra i più noti della città.

Tuttavia non scappò: era diffusa la convinzione che Mussolini non avrebbe fatto nulla di serio contro gli ebrei?

Uno dei sentimenti che cerco di rappresentare è proprio l’incredulità tragica della mia famiglia: se avessero capito quello che stava accadendo, avrebbero potuto salvarsi. Il nonno rimase fino all’ultimo momento. Non aveva fatto nulla di male ed era convinto che alla fine le cose si sarebbero chiarite.

Ancora nel 1942, Guido si rammaricava per il congedo retroattivo dall’esercito...

La famiglia era integrata nella società dell’epoca, come la maggior parte degli ebrei italiani. Erano patrioti, avevano un forte senso della famiglia, dell’onestà, dell’obbedienza. Il nonno era ufficiale di complemento e per lui la divisa aveva importanza. Quando fu dichiarato di razza ebraica, gli furono tolti i gradi e venne congedato. Ci fu la sensazione, perdurata nel dopoguerra, di essere stati traditi: dal regime, dalla patria, dagli amici, dal socio che lo denunciò...

Cosa cambiò per voi con la testimonianza di Primo Levi?

Solo intorno ai vent’anni seppi che l’Alberto di cui Levi parlava era mio zio. Mio padre (Paolo, il fratello minore di Alberto, che era stato nascosto in montagna con la madre Emma, ndr.) trovava la sua testimonianza troppo pesante per la nonna, determinata a credere che Alberto fosse ancora vivo e prigioniero dei russi: una visione consolatoria che Levi giudicava inaccettabile. Per questo entrò in contrasto con la famiglia; ma quello che lui ha scritto ci ha comunque confortato, perché Alberto appare come una figura mirabile.

Quali reazioni suscita il suo racconto?

Ho parlato per la prima volta in pubblico nel 2008, quando al liceo Calini hanno intitolato l’aula magna ad Alberto. Con i ragazzi mi trovo bene, perché hanno la mente libera. Se narri le cose nel modo giusto, accattivante, cercando di trasmettere le emozioni, la risposta è eccezionale, molto empatica. Hanno voglia di ascoltare, di capire cosa è accaduto. Io presento la nostra storia con franchezza, lasciando ognuno libero di farsi la propria opinione. Spero di poter continuare a farlo: ho sentito che il film su Liliana Segre è stato rifiutato da alcuni cinema perché «pericoloso»... Allora, per assurdo, può essere pericoloso anche il mio libro. Ma spero che non sia così.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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