Si colora di innumerevoli tratti di gioiosa vitalità l’omaggio al grande amico scomparso nel 2022: Ermanno Cavazzoni ricostruisce la «Storia di un’amicizia» richiamando parole, luoghi e immagini di tanti momenti condivisi con Gianni Celati, uno degli scrittori più originali del nostro tempo.
Il libro (edito da Quodlibet) è tra i cinque finalisti al Premio Campiello, che saranno ospiti martedì sera al Capitolium, con letture e interviste a cura di Giuseppe Cederna e Alessandra Tedesco, e musiche d’accompagnamento di Oltre Swing Lab.
In attesa della tappa bresciana del tour nazionale di presentazione dei cinque concorrenti in finale, abbiamo parlato dell’opera con il suo autore.
Come è nato il libro e come ha affrontato e vissuto questo momento di scrittura?
La scrittura è venuta su poco a poco, quasi involontariamente. Non avevo potuto partecipare al funerale di Gianni Celati in Gran Bretagna, durante il Covid non si riusciva a viaggiare. Mi sono messo a ripensare all’ultima epoca della sua vita, quando aveva perso la parola. Con i progressi della medicina viviamo forse oltre la data naturale della morte. Con il grande dispiacere per la perdita, ho voluto raccontare com’è stata questa persona. Parlo pochissimo dei suoi libri: sono lì, in libreria, si possono leggere. Parlo di lui come essere umano e scrittore, mi spiaceva che tutto questo andasse perduto. Parlo di un Celati privatissimo.
A quali aspetti c’introduce il disegno in copertina?
Ampolle sulla luna racchiudono il senno umano, secondo Ludovico Ariosto: ciò vuol dire che sulla terra ce n’è molto poco, resta la demenza. Mi è sempre piaciuta questa idea, del senno che è scappato via e devo ringraziare i ragazzi dell’associazione «Il viale della formica» che in Furioso Festival hanno dedicato ad Ariosto un allestimento di bottigliette lunari nella Torre Roncisvalle, vicino a Sondrio.
L’amicizia è un valore che dovremmo riconsiderare?
È la realtà più importante della vita: più dell’amore, più delle associazioni o dei partiti che non sempre associano davvero. L’amicizia è un legame a due, o a tre, che vivifica. Celati diceva: «Quanti milioni di parole ci siamo scambiati». In questo modo ci si arricchisce reciprocamente, si cresce, si allarga il campo. Celati era incapace di mentire, anche emotivamente, come quando uno finge. Se il suo giudizio era negativo, lo doveva dire, se un testo piaceva allora lo esprimeva anche con abbracci. Aveva una bellissima sincerità d’animo, che ho apprezzato e in parte, credo, ereditato.

Quanta parte ha l’ironia, in letteratura e nella vita?
È il modo più giusto per affrontare la vita: mi riconosco nella filosofia stoica, nel prendere la vita come accade, il mondo è così com’è e uno l’accetta, riservandosi di guardarlo con distacco. Il comico è nella miglior tradizione letteraria italiana: il Decamerone è pieno di spunti divertenti, i poemi cavallereschi sono soffusi di comicità. Nella musica abbiamo l’opera buffa: Rossini e Donizetti ci hanno dato cose allegre e scanzonate. Il cinema degli anni ‘60 ci ha dato la commedia all’italiana: storie fallimentari e comiche. Ritengo che la lingua italiana sia più portata per la comicità che per la tragedia.
Nel libro ricorda la sua collaborazione con Federico Fellini...
Era una persona straordinaria, nel senso di fuori dall’ordinario. Per due anni abbiamo lavorato al film preso dal mio libro: settimanalmente ci incontravamo, lui veniva in Emilia, oppure andavo io a Roma. Ridevamo insieme di piccole avventure che poi entravano nel film. Più che un maestro, benché grandissimo artista e più grande d’età, è stato un amico: come tra studenti di università, diceva che lui era un fuori-corso, io all’inizio degli studi.
Quanto hanno influito in questi rapporti le comuni radici?
L’Emilia è il nostro territorio. Celati è vissuto a Bologna e pur essendosi trasferito in Inghilterra si è sempre sentito particolarmente legato a Ferrara. Io sono nato a Reggio Emilia, che con Ferrara faceva parte dello Stato Estense. Di italiani ce ne sono tanti, la parlata non è solo una questione geografica e la sua lui non l’ha mai perduta. Fellini non si è mai adeguato ai toni dei registi romani: ha mantenuto quella sua vocina quasi in falsetto, con un leggero accento romagnolo.



