Chissà perché ai giorni nostri i lettori non amano (o amano molto meno) i racconti. La forma breve resa nobile e straordinaria da grandi autori nel 20esimo secolo, da Cechov e Raymond Carr, passando attraverso la tradizione italiana: Moravia, Fenoglio, Buzzati… E sì che la velocità che connota i nostri ritmi quotidiani dovrebbe farceli apprezzare ancora di più. Anche se come «operazione commerciale» non c’era da scommetterci, Sandro Veronesi questo regalo se l’è voluto fare: «Caducità. Tutti i racconti» (La nave di Teseo), la raccolta antologica di uno tra i maggiori interpreti della narrativa contemporanea, nella quale si possono ritrovare i sentimenti e i temi esplorati con la profondità che gli è propria nei romanzi.
«Questo libro mette insieme testi molto diversi, che non sono stati scritti seguendo un progetto unitario, ma nati nel corso di quasi quarant’anni da differenti occasioni» ha spiegato Veronesi, intervenendo alla serata conclusiva di Librixia-Fiera del libro, in dialogo col direttore del Giornale di Brescia, Giorgio Bardaglio. «Un “cappello” però lo dovevo mettere ed è rappresentato dal concetto di "caducità" che richiama l’omonimo saggio di Freud del 1915». Solo cinque pagine, ma «folgoranti», scaturite da una conversazione estiva del padre della psicoanalisi, tra i paesaggi delle montagne trentine, con l’allora giovane poeta Rainer Maria Rilke.

Tra Freud e Beckett
«Il tema centrale – prosegue lo scrittore fiorentino – riguarda la difficoltà che l’uomo ha nel separarsi dall’oggetto amato. Il lutto, l’abbandono in cui si tende a rinchiudersi a lungo assumono una dimensione misteriosa secondo Freud e diventano una riflessione sulla capacità dell’essere umano di soffrire ed anche di accettare la fine di ciò che ama, sopravvivere al dolore per recuperare la propria energia vitale. Credo che questo sia stato sempre presente, abbia ispirato forse ancor prima che ne fossi consapevole le mie opere. Ho sempre voluto parlare di questo, alla fine nei miei libri, di chi pur soffrendo getta germogli nuovi, riesce ancora a godere della vita e ad accettare il proprio destino».
L’autore de «Caos calmo» e «Colibrì», entrambi vincitori del Premio Strega, racconta lo stupore dell’aver ritrovato un suo vecchio racconto inedito, scritto all’età di 24 anni, nel quale riconosce il forte debito nei confronti di Samuel Beckett e l’abbondante uso di avverbi, e che nell’architettura della raccolta funge un po’ da «martello» per misurare la dimensione del tempo. «Come sono cambiato rispetto a quel ragazzo che voleva fare lo scrittore? Più consapevolezza, che però si traduce sempre in emozione. Mi sento più un tramite, oggi, ed è questo ciò che deve essere lo scrittore».
Non mancano fra i testi di «Caducità» alcuni con riferimenti autobiografici (come «Profezia» che narra la morte del padre), genere nient’affatto consueto per lo scrittore nel romanzo. E, a proposito, la bozza della nuova fatica già c’è, fermo restando gli attuali impegni come sceneggiatore, anche se «sono solo le prime quaranta pagine».



