Al principio era il romanzo. O almeno così valeva un tempo, quando la pagina scritta era padre e madre nobile di quanto passava sugli schermi. Ma ai tempi del boom di Netflix – e piattaforme di streaming affini – il superamento di questo paradigma porta i nomi e i cognomi di una serie di illustri sceneggiatori che alla carta sono arrivati per derivazione, dopo aver guadagnato (incognita) fama grazie ai copioni che hanno ingegnato. Si tratta di autori che hanno ceduto alla tentazione del romanzo, per provare ad esplorare territori forse più empirici, ma che comportano il vantaggio non indifferente di poter agire in totale autonomia creativa, senza budget da rispettare all’orizzonte.
La detective Nicola Bridge
Ne è esempio lampante Chris Chibnall, sceneggiatore e produttore televisivo britannico, di cui Bollati Boringhieri ha di recente pubblicato il romanzo d’esordio «Morte al White Hart» (352 pagine, 19 euro), uscito nel Regno Unito a marzo di un anno fa. Un giallo di sostanza e ottima fattura, che deve molto sul fronte del ritmo narrativo all’originale creatura di Chibnall, ovvero quel «Broadchurch» che in tre stagioni ha fatto incetta di Bafta anche grazie all’interpretazione di Olivia Colman e David Tennant.

Quello di Chibnall, già head writer di «Doctor Who», che lo scorso luglio ha dato seguito alle vicende della sua detective Nicola Bridge pubblicando per Penguin «The Parkwood Murders», non è un caso isolato.
Feticci di carta
Lo statunitense Matthew Weiner, ideatore di «Mad Men» e dei «Soprano» e considerato a ragione uno dei migliori sceneggiatori al mondo, ha pubblicato nel 2017 il romanzo «Heather, the Totality», che Einaudi ha tradotto e dato alle stampe lo stesso anno con il titolo «Heather, più di tutto». Resta invece un caso curiosissimo l’avventura editoriale di quel genio di JJ Abrams. Dopo aver stravolto il concetto stesso di serie tv con «Lost» e aver reinventato il mondo ultra-cult di «Star Trek» e «Star Words» si è cimentato con la metaletteratura.

Così potremmo definire «S. La nave di Teseo», scritto a quattro mani con Doug Dorst e pubblicato nel 2014 da Rizzoli Lizard in un formato che ricorda un volume stazzonato sottratto in biblioteca, con tanto di etichetta adesiva di catalogazione. Un libro ergodico che è più esperimento che letteratura ma è una vera chicca per collezionisti.
Successi crossmediali
Corre su binari paralleli, invece, la progressione di due grandi maestri dei thriller a puntate come Nic Pizzolatto («True Detective») e Noah Hawley («Fargo»), che alle serie tv sono approdati in seconda battuta o in concomitanza ad esperienze editoriali più tradizionali. Le atmosfere cupe, i dialoghi taglienti e i protagonisti ammaccati che hanno decretato il successo di «True Detective» sono gli elementi caratterizzanti di «Galveston», romanzo poliziesco del 2010 ma recentemente riedito da Minimun Fax.

Giusto dieci anni fa usciva invece «Before the Fall» di Noah Hawley, già padre di «Fargo», che ha saputo tradurre le logiche compositive seriali in un impeccabile meccanismo narrativo, con cui ha scalato le classifiche americane di vendita. Divide equamente il suo talento fra letteratura, sceneggiatura e red carpet David Benioff. Se il suo romanzo d’esordio «The 25th Hour» era stato nel 2001 materia dell’omonimo film di Spike Lee, Benioff è stato fra i creatori di quella serie iconica che è «Game of Thrones», per cui ha attinto a piene mani dai romani di George R. R. Martin. Come dire: serve un bravo scrittore anche per trasporne uno.




