«Un’altra cosa che danneggia il turismo è la propaganda (...), spesso si tratta di grossolane iperboli. Talvolta il turista, dopo esser rimasto deluso davanti ad un pezzo di costa qualsiasi definito "la Costa Azzurra del Sud" rinuncia a vedere il resto». Trappola in cui non incappò Giuseppe Berto, veneto di Mogliano precipitato fin nella più remota Calabria. Remota davvero, e profonda, se ritorniamo agli Anni ’50, quando lo scrittore – noto al vasto pubblico per il suo «Il male oscuro», ma in realtà autore prolifico e difficile da etichettare in modo univoco – arriva a Capo Vaticano, Costa degli Dei, terra di Vibo Valentia.
Al nome che sa già di Magna Grecia, debito ai vaticini che i naviganti, prima di avventurarsi fra Scilla e Cariddi, chiedevano a sacerdoti e oracoli, il giornalista calato dal nord oppone una prudente diffidenza: quella di chi è ormai aduso ai consigli di amici e conoscenti meridionali e fa la tara all’amore viscerale che ognuno tributa al proprio campanile. Eppure alla vista del luogo perde il lume del tempo, osservando quella scogliera alta 60 metri a picco su un mare ipnotico in cui lo stesso autore si perde, comprendendo come mai gli antichi lo trovassero luogo fertile di miti, generati vuoi dalla fata morgana, vuoi dallo Stromboli che si staglia nitido a poche miglia nautiche, vuoi dalla vicinanza dello stretto che ispirò pure Omero.

L’incanto per il Sud
Non sorprende, a rileggere gli articoli pubblicati in un arco di circa trent’anni – dall’immediato dopoguerra agli anni ‘70 –, i reportage, le inchieste sul nascente turismo (fra tic senza tempo sia dei locali che dei villeggianti), le rubriche irriverenti e le divagazioni illuminanti, il capire perché Berto – che pure aveva visto l’Africa e l’America – si innamorò di una terra conosciuta quando il più delle strade era privo di asfalto e la semplicità della gente specchio di una genuinità orgogliosa di grecità e mediterraneità ferventi.
In quella stessa Capo Vaticano autentico punto fermo in un caleidoscopio di parole che a ventaglio spazia dalle Puglie a Reggio, passando per Tropea e Maratea, Berto trovò una seconda patria, tanto da costruirvi quella casa, oggi meta di letterati, in cui è stata presentata a settembre la stessa raccolta di scritti «Il mare da dove nascono i miti», frutto di una felice riscoperta delle Edizioni Settecolori (350 pagine, 24 euro). In quei luoghi, pur gravato dai fantasmi che a lungo lo segnarono, Berto compose negli Anni ‘60 il suo capolavoro.
Uno sguardo ancora attuale
Ma fu proprio per stendere alcuni dei testi che ritroviamo in questo prezioso zibaldone di viaggio che egli si imbatté in quel tratto di costa su cui affaccia un faro che pare disegnato da un bambino e su cui la luce danza. Anno 1956, inchiesta sul turismo nel Sud per Il Giornale d’Italia (altri scritti vengono dal Resto del Carlino, da Il Tempo, dal Corsera, uno persino da Vogue): la folgorazione è inesorabile. E sì che a dispetto del titolo del volume, ai miti Berto oppone fin da subito lo spirito critico del cronista (specie nei confronti delle città, alcune bollate come «un ambiente che respinge»): stigmatizza lentezze, ingenuità, coglie potenziali ed errori.

In un mare che già preconizza vittima di overtourism, diremmo oggi, si pasce in un ottobre come questo, godendo del privilegio di un bagno riservato ai pochi che possono restare quando l’estate torrida è ormai remota. E poco importa se i pastori, al tempo, ancora portano le bestie a rinfrescarsi in quelle stesse acque che – sapiente fotografo di un’evoluzione osservata ormai da dentro – poco meno di vent’anni più tardi racconta minacciate assieme al paesaggio dalla speculazione edilizia. Irregolare nell’animo e nella penna, Berto ci regala pagine che paiono senza tempo, in una lingua di una pulizia che seduce, colme di luce, ironia e franchezza, divagazioni letterarie e peregrinazioni geografiche intriganti, incredibilmente attuali sotto molti profili.
E con esse, per chi nonostante i primi freddi non ha perso il desiderio di un’immersione nel più selvaggio Mediterraneo, anche la possibilità di un tuffo, sia pur di carta e inchiostro, in un mare da cui i miti continuano a nascere. O a risorgere per intero, come merita l’opera tutta di Berto, che proprio Settecolori va ripubblicando.




