La Galleria dell’Incisione, dove in queste settimane è in corso la collettiva «Orfeo ed Euridice. L’ultimo sguardo», mercoledì ha ospitato una conversazione tra l’artista Velasco Vitali e la storica dell’arte Elena Ragni. L’incontro, in occasione del quale sono state esposte alcune opere del maestro, è stato organizzato a sostegno della Fondazione Mus-e Italia, attiva nelle scuole primarie con laboratori artistici multidisciplinari rivolti soprattutto ai bambini che vivono situazioni di fragilità sociale e culturale.
Memoria
Sollecitato a una riflessione sul proprio lavoro, con il tono schivo e insieme ironico che lo caratterizza, Velasco (Bellano, 1960) ha ripercorso alcuni passaggi fondamentali della sua esperienza, soffermandosi dapprima sulla figura di suo padre, il pittore Giancarlo Vitali (1929-2018), e sul grande progetto espositivo che qualche anno fa ne ha restituito la statura artistica, da lui stesso curato a Milano in sedi prestigiose come Palazzo Reale, il Castello Sforzesco e Casa del Manzoni.
Suggestivo il ricordo dell’allestimento del regista Peter Greenaway negli spazi manzoniani, con un imponente intervento di taglio teatrale che ha trasformato la casa museo in un luogo della memoria e della visione, dove oggetti quotidiani appartenuti alla famiglia Vitali, stoviglie, vestiti, fotografie, arredi, sono stati ricollocati nelle stanze di Manzoni, creando un cortocircuito tra biografia privata e storia collettiva, tra memoria domestica e identità culturale lombarda.
Da qui il discorso si è progressivamente trasformato in una riflessione sul significato stesso della pittura e sul rischio di semplificare l’arte riducendola a puro racconto sociale o ideologico. Per anni, infatti, l’opera del padre era stata letta quasi esclusivamente come rappresentazione «dialettale» di una provincia lombarda popolata da osterie, figure marginali e umanità quotidiane.
In realtà, ha spiegato Velasco, quella pittura si muoveva su un doppio binario e custodiva un dialogo continuo con la grande tradizione europea. «Mio padre guardava Velázquez, Goya, Rembrandt, Franz Hals», dietro la concretezza quasi brutale di quei soggetti si muoveva dunque una pittura colta, nutrita dalla storia dell’arte e insieme profondamente radicata nella realtà.
Passaggio in Sicilia
Con semplicità ha poi raccontato del bisogno di allontanarsi dalla provincia lombarda e da un’eredità artistica troppo ingombrante, che lo ha condotto in Sicilia, alla ricerca di una luce e di una voce proprie, cui solo molto più tardi è seguito il «ritorno a casa» e una nuova comprensione del lavoro paterno. Il discorso si è poi allargato al ruolo dell’arte contemporanea. «Non credo tanto nell’arte come testimonianza di un impegno civile», ha dichiarato senza false ipocrisie, sostenendo che il compito dell’artista non sia impartire lezioni morali, ma creare immagini capaci di suscitare domande e rendere visibile ciò che normalmente sfugge.
L’arte, sembra suggerire, non nasce per spiegare il mondo, ma per renderlo più complesso, più ambiguo e dunque più umano. Ecco allora alcuni dei temi più ricorrenti della sua ricerca, come il rapporto tra uomo e paesaggio, tra città e abbandono, tra memoria e trasformazione, da cui è nata la sua riflessione sulle città contemporanee e sui luoghi costruiti dall’uomo per poi essere lasciati vuoti. E ancora, l’arte nasce prima di tutto dal bisogno umano di dare forma a emozioni, ricordi e paure, ma anche dalla ricerca della bellezza, perché persino quando osserva ciò che scompare può conservare una tensione vitale, aperta al futuro.

A fare da silenziosa e suggestiva cornice alla serata la bella mostra «Orfeo ed Euridice. L’ultimo sguardo» (aperta fino il 14 luglio), costruita attorno al celebre mito. Accanto alle visionarie tavole di Buzzati tratte dal «Poema a fumetti» (1969) e ad alcuni lavori storici del Novecento, le opere degli artisti contemporanei invitati a riflettere sul tema restituiscono tutta l’attualità di una narrazione antichissima che continua ancora oggi a parlare di desiderio, memoria, perdita e impossibilità di trattenere ciò che amiamo. Immagini e visioni, declinate in una moltitudine di linguaggi, sembrano così interrogarci, lasciandoci attraversare da quel fragile e necessario «ultimo sguardo» che il mito di Orfeo continua da secoli a consegnare all’arte.



