Ligabue a Lumezzane: la Guzzi, le salamine e i quadri oggi ricercatissimi

Il pittore naïf in Valgobbia ha realizzato alcuni dei suoi capolavori, grazie al mecenatismo della famiglia Gnutti: tutta la storia
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Al centro un autoritratto di Antonio Ligabue, ai lati i ritratti a Basilio Gnutti e signora
Al centro un autoritratto di Antonio Ligabue, ai lati i ritratti a Basilio Gnutti e signora

A Lumezzane di tanto in tanto qualcuno torna a chiedersi quante opere di Antonio Ligabue ci siano nelle soffitte e nelle cantine. Non saranno molte, ma chissà. Qualcuna ci sarà, magari dimenticata in mezzo alle ceramiche bordate di foglia d’oro, ai servizi di posate o pentole ancora intatte (i servizi buoni che hanno finito per prendere la polvere) o dietro a una macchina da cucire. Perché Antonio Ligabue a Lumezzane ci trascorse del tempo, lasciando dietro di lui disegni e ritratti. La leggenda vuole che ogni tanto con gli schizzi e i piccoli dipinti si pagasse i calici nelle locande della zona. Ma, fino a quando qualcuno non tirerà fuori uno di queste operette dimenticate, resta – appunto – una leggenda.

La storia valgobbina del pittore naïf nato a Zurigo nel 1899 è breve ma intensa. Tutto iniziò quando il futuro ministro dell’Industria del primo governo Berlusconi, Vito Gnutti, allora giovane appassionato d’arte, incontrò Ligabue per strada. L’uomo era in sella alla sua motocicletta e sottobraccio portava un dipinto. Gnutti gli chiese di acquistare l’opera e lui si rifiutò. Fino a che riuscì a convincerlo a stabilirsi nella sua casa di famiglia per dedicarsi alla sua arte. Secondo il racconto, il pittore pose una condizione per trasferirsi a Lumezzane: l’acquisto di una Guzzi Alce del 1935. Vito Gnutti accettò e poco dopo l’artista arrivò in Valgobbia.

In realtà i rapporti tra Ligabue e Lumezzane erano iniziati qualche anno prima. Una ricostruzione pubblicata dal Giornale di Brescia ricorda infatti un primo soggiorno nel 1944, quando lavorò per un breve periodo alle Armerie Eredi Gnutti e alloggiò nella locanda di Giacinto Ghidoni (Cinto de Himù) a Sant’Apollonio. Il soggiorno più importante fu però quello tra il 1956 e il 1957, quando l’artista visse per qualche mese nella villa degli Gnutti.

Un autoritratto di Antonio Ligabue in sella alla sua moto Guzzi, 1953
Un autoritratto di Antonio Ligabue in sella alla sua moto Guzzi, 1953

La villa Gnutti e il carattere impossibile di Ligabue

La villa, costruita tra il 1937 e il 1940, apparteneva a Basilio Gnutti e alla sua famiglia. Quando arrivò Antonio Ligabue – negli anni in cui le sue opere iniziavano a ottenere una certa popolarità – era affidata ai custodi e il pittore occupava alcuni locali al piano seminterrato. Gli venivano forniti vitto, colori e pennelli. La convivenza, però, non era semplice. Ligabue alternava momenti di straordinaria produttività a comportamenti imprevedibili. Girava per le strade della valle sulla sua motocicletta, frequentava le osterie e attirava inevitabilmente l’attenzione di chi lo incontrava con le sue stramberie e il suo essere forehter. Un testimone ricordava le sue visite alla macelleria di San Sebastiano, dove acquistava salamelle (meglio, «salamine») che mangiava crude direttamente in strada.

I custodi della villa finirono per non sopportarlo più, dato che riversava su di loro la sua imprevedibilità. E proprio in quegli anni la sua instabilità psichica iniziava a farlo soffrire, mentalmente e fisicamente. In un articolo Tonino Zana racconta che dopo circa nove mesi i domestici posero un ultimatum alla famiglia Gnutti: «Adesso, o fuori lui o fuori noi». L’artista aveva infatti un carattere difficile e passava rapidamente dalla cordialità all’aggressività. Qualcuno racconta addirittura che si ruppe il naso con una pietra, solo perché lo desiderava più aquilino. Quell’episodio – sintomo di una fragilità mentale percepibile anche nelle sue opere così profonde, espressive e istintive – lo portò per l’ennesima volta in manicomio. Fu di nuovo Basilio Gnutti, con il capitano di Brescia Franco Basso, a liberarlo firmando l’uscita dall’istituto e prendendosene la responsabilità. Dopo quell’episodio tornò nella sua Gualtieri, risalendo a Lumezzane solo nel 1964, solo una volta acquisita la sua fama. Tanto da arrivare in valle accompagnato da un autista privato, su un’Alfa 1900

Villa Gnutti, dove visse Antonio Ligabue
Villa Gnutti, dove visse Antonio Ligabue

I quadri dipinti a Lumezzane

Nonostante le difficoltà, il periodo lumezzanese fu tra i più fertili della sua carriera. Altre fonti parlano di circa venti dipinti realizzati durante il soggiorno presso gli Gnutti. Secondo diverse ricostruzioni, proprio in Valgobbia Ligabue realizzò alcuni dei dipinti oggi più ricercati dai collezionisti. Tra questi figurano «Autoritratto col cane», «La vedova nera», «Il gatto col topo», «Lotta dei galli», «Ritorno dai campi con cavalli», «Ritorno dai campi con buoi», «Arature» e «Il grande Leopardo».

Eseguì inoltre i ritratti di Basilio Gnutti e della moglie, opere che ancora oggi vengono ricordate da chi ha avuto occasione di vederle, e modellò numerose sculture di animali, una pratica che accompagnò tutta la sua attività artistica. Tra le opere ricordate dalle fonti compaiono «Testa di cavallo», «Babbuino», «Iena», «Pantera», «Cane levriero a riposo» e «Busto di gorilla». Alla famiglia Gnutti lasciò complessivamente otto quadri e due sculture.

Gli studiosi considerano oggi il periodo lumezzanese uno dei momenti più significativi della maturità creativa di Ligabue. Non a caso le opere realizzate in quegli anni compaiono nei cataloghi ragionati e nelle principali mostre dedicate al pittore.

Nel corso degli anni Brescia e provincia hanno inoltre continuato a custodire un numero sorprendente di lavori di Ligabue. Una ricognizione pubblicata dal Giornale di Brescia segnalava importanti collezioni private tra Brescia, Lumezzane, Gardone Val Trompia, Ospitaletto, Orzinuovi e Bedizzole.

È anche per questo che la domanda continua a riaffiorare periodicamente. Quante opere di Ligabue sono ancora custodite nelle case della Valgobbia? Nessuno può dirlo con certezza. Di sicuro, però, nei Cinquanta del Novecento uno degli artisti più tormentati e originali trovò a Lumezzane un rifugio temporaneo e un ambiente che seppe alimentare la sua creatività. E proprio lì nacquero alcuni dei lavori che oggi contribuiscono a raccontarne e alimentarne il mito.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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