Filippo Piazza: «Pietro Bellotti anticipò la pittura della realtà»

Lo storico dell’arte parla dell’artista di Volciano, precursore dei «pitocchi» di Ceruti: tra le novità, la certezza della data di nascita e un dipinto inedito che sarà svelato sabato
Giovanna Capretti

Giovanna Capretti

Vicecaposervizio

Pietro Bellotti, popolani all'aperto, Gallerie dell'accademia, Venezia
Pietro Bellotti, popolani all'aperto, Gallerie dell'accademia, Venezia

Un ponte tra due secoli e soprattutto tra due culture, dal Seicento barocco dell’allegoria e dell’occulto, al Settecento della pittura della realtà e delle prime avvisaglie illuministe. Prende sempre più consistenza la figura del pittore bresciano, ma attivo tra Venezia, la Lombardia e l’Europa, Pietro Bellotti (Volciano, 1625 - Gargnano, 1700) grazie alla mostra che lo scorso anno lo ha presentato al grande pubblico e agli studiosi alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, e agli studi che l’hanno accompagnata e che procedono anche dopo la chiusura. Di ciò renderà conto la Giornata di studi in programma sabato 16 maggio dalle 9.30 al museo MarteS di Calvagese della Riviera, dove è in corso fino al 28 giugno una ulteriore piccola e preziosa esposizione dedicata a Bellotti e Ceruti. Dopo i saluti di Stefano Sorlini, presidente della Fondazione Luciano Sorlini, interverranno Michele Nicolaci, Filippo Piazza, Francesco Ceretti, Giulio Bono, Rosa Costantini, Cristiana Sburlino. Dopo la pausa pranzo e la visita alla mostra «Il vero-simile. Bellotti e Ceruti a confronto», si riprende con Silvia Merigo, Mauro Pavesi, Stefano Lusardi e Tania De Nile. Modera gli interventi Federico Giannini.

Abbiamo chiesto qualche anticipazione a Filippo Piazza, storico dell’arte, funzionario presso la Soprintendenza di Bergamo e Brescia, e curatore con Francesco Ceretti e Michele Nicolaci della mostra veneziana.

Dottor Piazza, che bilancio fate della mostra all’Accademia?

Certamente positivo. Non solo ci ha consentito di presentare la figura di un pittore non noto come Bellotti in un contesto turistico importantissimo – si parla di 70mila visitatori, anche se i numeri hanno un valore relativo – ma soprattutto ha acceso un faro su un maestro sconosciuto fuori dai confini bresciani, che si è rivelato di grandissima qualità e importanza nel contesto veneziano della metà del Seicento. La mostra ne ha presentato l’intera parabola, dall’attività veneziana fino agli ultimi anni lombardi, dai temi allegorici e mitologici alla pittura di genere pauperistica e naturalistica che anticipa il Settecento.

Perché di un artista che all’epoca fu noto e celebrato, si sono perse le tracce nel corso dei secoli?

Certamente su Bellotti ha pesato un mutamento nel gusto dei collezionisti. La «pittura della realtà» è stata riscoperta solo dal ’900 in poi, ma nella grande mostra del 1953 il curatore Roberto Longhi non inserì Bellotti, giudicando negativamente la sua propensione realistica, la «diligenza necrofila alla fiamminga». E questo ha pesato sugli studi successivi. La sua è stata una «sfortuna critica» senza dubbio.

Come è avvenuta la riscoperta?

È stato un percorso complesso, partito dall’individuazione da parte di alcuni studiosi della pittura spagnola, ancora nella prima metà del ’900, di una personalità pittorica a cui assegnare opere attribuite genericamente a pittori iberici (ma anche a Velazquez). L’unico dipinto certo era la «Parca Lachesi» dei musei di Stoccarda, realizzato a Venezia negli anni ’50 del Seicento; da lì si è partiti per la ricostruzione del catalogo, con il contributo fondamentale della monografia di Luciano Anelli del 1996. La mostra ha ordinato il regesto documentario, a cui ora si aggiunge una novità che presenteremo sabato: un documento che attesta la nascita di Bellotti nel 1625, come da noi ipotizzato per la mostra, una data contestata da alcuni studiosi. La mostra ha inoltre sistemato l’ultima produzione di Bellotti, attorno al dipinto della «Vecchia che fila» del 1690, proveniente dalla collezione di papa Alessandro VIII Ottoboni, che fu anche vescovo di Brescia e per cui Bellotti lavorò a Roma. Una attività tarda che è però di altissima qualità, e apre un capitolo nuovo nell’opera del pittore. Sabato presenteremo anche un dipinto inedito, e approfondiremo il tema dei seguaci e degli imitatori che dipingevano «alla Bellotti», a conferma della fortuna del pittore.

A proposito di seguaci, che ruolo ha Bellotti rispetto alla pittura pauperistica di Giacomo Ceruti?

Per ragioni anagrafiche i due non si incontrano: Ceruti nasce nel 1698 ma certamente vede le opere di Bellotti. Un dipinto come i «Popolani all’aperto» da noi ricondotto all’artista ed esposto nel 2023 nella mostra bresciana su Ceruti, con la sua grande verità e semplicità antiretorica, è uno snodo importante. Bellotti arriva lì, ed è da lì che Ceruti parte per i dipinti del Ciclo di Padernello. Teniamo però a sottolineare che Bellotti è un grande maestro che ha un valore in sé, non solo come precursore del Pitocchetto. Per questo non abbiamo inserito opere di Ceruti nella mostra veneziana, mentre la mostra in corso al MarteS, mettendo a confronto opere dei due, punta ad evidenziare questo legame.

Dalla pittura «negromantica» della metà del Seicento alla «pittura di realtà» della fine secolo. Cosa succede a Bellotti, che provoca questa svolta?

Ce lo siamo chiesto anche noi curatori, e la risposta è da cercare probabilmente nella committenza. Nella Milano spagnola, dove Bellotti arriva grazie a contatti ad alto livello già attivati a Venezia, il gusto guarda alla pittura di Velazquez, Ribera, Murillo, al caravaggismo iberico penetrante e graffiante a cui si rivolge anche Bellotti. Senza dimenticare che vi operava l’ancora anonimo «Maestro della tela jeans», su cui si stanno svolgendo importanti ricerche. Presto arriveranno novità.

E su Ceruti e il Ciclo di Padernello?

Finché non uscirà un documento importante, penso ad un contratto di committenza, o un pagamento, con date e nomi, resterà il mistero su chi ordinò quei dipinti. Sappiamo che nascono nel clima di attenzione verso i ceti umili che animava la classe nobile che partecipava dell’assistenza ai bisognosi e agli emarginati, e che in quei dipinti trovava una sorta di «memento». Ma chi fossero esattamente, ancora non lo sappiamo. Chiediamo aiuto agli storici.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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Appuntamento il 27 maggio alle 17.30 nella sede di Mori 2A a Nuvolento.

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