Ceruti e Bellotti, opere allo specchio nel comune racconto dell’umanità

È un debito di materia, umana e pittorica, di urgenza, di dignità. Giacomo Ceruti dipinge la «Vecchia contadina» della collezione Sorlini attorno al 1730, almeno trent’anni dopo i «Popolani all’aperto» di Pietro Bellotti, recentemente acquisito dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Eppure a lungo la critica d’arte ha attribuito la tela del pittore nativo di Volciano (1625? – Gargnano 1700) alla mano del maestro dei pitocchi (Milano 1698-1767). E guardando le opere l’una accanto all’altra, se ne intuisce il motivo: c’è il medesimo racconto rispettoso e attento dell’essere umano, senza spettacolarizzazione della povertà, né moralismi.
Il paragone tra questi due capolavori della pittura lombarda e, in generale, tra l’opera dei loro due autori, è proprio la finalità con cui la Fondazione Luciano Sorlini ha ideato la mostra dossier «Il Vero-Simile. Bellotti e Ceruti: pittura di realtà a confronto», curata da Stefano Lusardi in collaborazione con Serena Goldoni e Alessia Mazzacani. Da ieri mattina, e fino al 28 giugno, l’esposizione si può visitare nelle sale del MarteS - Museo d’arte Sorlini di Calvagese della Riviera.

Il punto di partenza di questa mostra, come ha ricordato Stefano Sorlini, presidente della Fondazione intitolata al padre, è stata l’acquisizione nel 2025 della «Vecchia popolana» (1680-90) di Bellotti, dipinto proveniente dalla collezione madrilena dei Marchesi di Casa Torres, dove era tradizionalmente attribuito a Diego Velasquez. Dopo essere stata presentata un anno fa ed esposta al MarteS per qualche mese, la tela è andata in prestito alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, che hanno celebrato il pittore gardesano nell’anniversario della sua nascita con una mostra monografica.
Prestiti eccellenti
«Ora la nostra Vecchia popolana è tornata a casa – spiega Sorlini –, e a loro volta le Gallerie ci hanno prestato il dipinto dei Popolani all’aperto, consentendoci di immaginare questo dialogo con due delle opere di Ceruti già parte della collezione permanente del Museo (oltre alla Vecchia contadina anche Il Bravo, ndr). Inoltre, abbiamo ottenuto altri tre prestigiosi prestiti nazionali, pubblici e privati».
Oltre alle quattro tele già citate, infatti, il progetto espositivo comprende anche i due «Autoritratto» che inaugurano il confronto tra i due artisti, quello del Bellotti (1658) della Galleria degli Uffizi di Firenze, e quello del Ceruti (1737) in prestito dal Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme: Bellotti si rappresenta con abiti lussuosi e una forte espressività, mentre Ceruti non aggiunge alcun elemento allegorico alla sua immagine, rappresentandosi in vesti e modi umili. Nella seconda sala, di fronte ai già menzionati «Popolani all’aperto» del Bellotti, si può infine ammirare il «Nano» (1725-30) di Ceruti, proveniente da una collezione privata bresciana e parte del cosiddetto «Ciclo Salvadego», a cui il Pitocchetto si dedica nel suo più intenso momento artistico.

«A sua volta – chiarisce il curatore Stefano Lusardi –, questa figura richiama il giovanotto, probabilmente colpito da nanismo, presente nella nostra Vecchia popolana di Bellotti, collocata sulla parete adiacente». «Questo dialogo che noi abbiamo immaginato tra i due artisti non è possibile anagraficamente – conclude Lusardi –, ma attraverso queste opere ogni visitatore potrà rendersi conto della portata che la pittura di Bellotti ha avuto sugli esiti finali, pienamente settecenteschi, dell’opera di Ceruti».
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