Raffinate carte. Dagli assemblaggi astratti di forme e colori, ai collage di carta su materiali diversi, fino agli studi sulla luce attraverso il cartone. È Ben Ormenese (1930-2013), tra i maggiori esponenti del versante oggettuale dell’arte contemporanea, il protagonista della mostra «Lo spazio immobile del divenire» inaugurata ieri nella Civica Raccolta del Disegno di Salò, negli spazi del MuSa. Con la curatela di Anna Lisa Ghirardi e Leonardo Conti, direttore dell’Archivio Ormenese, l’esposizione antologica raduna una quarantina di rarissime opere su carta e cartone, realizzate dall’artista friulano dalla metà degli anni Sessanta fino a poco prima della sua scomparsa.
Il percorso, cronologico e tematico, si apre con alcune delle prime esperienze su carta dedicate ai fiori, nelle quali ogni cosa è contemporaneamente, oltre che quanto suggerito dal titolo, anche altro che progressivamente abbandona ogni riferimento figurale. Una transizione verso l’astrazione, ricercata mediante intersezioni di disegno e compenetrazioni di campiture. Da allora e per circa un decennio la sua ricerca è stata integralmente aniconica.
Assemblaggi, collage e luce
La mostra esemplifica la ricerca attraverso una selezione di assemblaggi, collage e tecniche miste, nelle quali forma, geometria, colore, frammentazione, intaglio e rifrazione della luce occupano lo spazio della rappresentazione. Datate 1967, alcune carte organizzano lo spazio secondo forze che si manifestano come linee direzionate e incastri di forme, mentre l’uso del chiaroscuro palesa la fascinazione dell’artista per la terza dimensione. Anche la riflessione su luce e colore, introdotta in questa fase, non abbandonerà più la ricerca, come dimostra la serie «Studi cromatici» (1970), di cui la mostra propone alcuni preziosi esemplari.

Le «Strutture»
A questo dinamismo frammentato, l’esposizione affianca opere dalla dimensione più oggettuale, ottenuta intagliando e assemblando fogli di cartone o applicando collage di carta su materiali diversi. Ne sono esempio «Composizione in bianco», «Composizione N°4 bianco», «Composizione in bianco e giallo N°14», datate 1969. Negli anni Settanta la ricerca si concentra attorno alle “Strutture”, di cui la mostra propone diversi esemplari. Alla fine degli anni Settanta arriva la crisi personale e professionale, con l’abbandono improvviso di Milano e la distruzione in un falò della maggior parte delle opere nello studio dell’artista.
Vent’anni dopo, col ritorno dopo il Duemila, il cartone di cotone diventa il supporto della quasi totalità delle opere, per la possibilità di scavarlo con bisturi chirurgico, incollare e usare il colore anche per assorbenza e capillarità. A questa fase appartengono opere con sequenze di lamelle specchianti (ciclo dei «LAM») con cui raccogliere, deviare e distribuire la luce, dando forma al perpetuo divenire che dà il titolo alla mostra. L’ultima fase è segnata dal ciclo “Periodo bianco”: opere integralmente di cartone di cotone dove disegno, forme, luci e ombre sono resi esclusivamente da lamelle di carta, e dove improvvisamente appaiono figure riconoscibili.



