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Cultura e spettacoli

«Penelopi», l’opera d’arte relazionale che indaga la violenza sulle donne

L'artista Patrizia Benedetta Fratus ha lavorato con un gran numero di studenti e studentesse del territorio. La mostra a Palazzo Martinengo in via Musei
Giulia Camilla Bassi
«Penelopi», scultura sociale © www.giornaledibrescia.it
«Penelopi», scultura sociale © www.giornaledibrescia.it

Perché esiste la violenza sulle donne? È questa la domanda che l'artista Patrizia Benedetta Fratus ha posto a un gran numero di studenti e studentesse incontrati in un'ampia rete di scuole del territorio, dai licei agli istituti professionali, fino all'Accademia di Belle Arti SantaGiulia.

Ed è da qui che nasce l’opera d’arte relazionale «Penelopi», nuova tappa del lungo percorso di scultura sociale che da sempre contraddistingue la poetica dell'artista, inaugurata negli spazi di Palazzo Martinengo in via Musei, in collaborazione con Butterfly Centro Antiviolenza e Case Rifugio e visitabile gratuitamente fino al 12 luglio il sabato e la domenica, dalle 10 alle 18.

Un progetto che, dopo «Medee», presentato lo scorso anno, torna a interrogare in profondità il mito e le narrazioni che hanno formato, nel tempo, l'idea delle donne, degli uomini e del mondo. Ne abbiamo parlato con Patrizia Benedetta Fratus.

Patrizia, come nasce Penelopi?

Nasce da un'idea che ho proposto al Centro Antiviolenza Butterfly, che mi sostiene dal 2012. L'anno scorso abbiamo capito che c'era bisogno di qualcosa di più costante e permanente sul territorio, oltre il 25 novembre e l'indignazione che nasce quando accade un fatto di cronaca. Parto sempre dalla consapevolezza che la violenza genera sempre più vittime: non solo la donna che la subisce, ma in qualche modo anche l'autore stesso, entrambi vittime della cultura in cui sono nati. Da qui è partita tutta la mia ricerca, andando a ritroso per rispondere alla domanda che mi guida da sempre: perché esiste la violenza sulle donne? Quel viaggio mi ha portato a vedere che la radice è culturale, costruita narrativamente. E allora, se questo mondo è stato costruito così, vuol dire che possiamo costruirne un altro, ben diverso da questo in quanto a violenza.

Come avete costruito questa narrazione con i ragazzi di Penelopi?

Noi esseri umani siamo capaci di meraviglie e abomini. La parola evoca il reale: non è un suono, è un costrutto. Quello che provo a fare è mostrare ai ragazzi quante altre prospettive ci sono in ogni fatto, per arrivare a scrivere un'altra buona storia, di cui — mi pare sia chiaro a tutti — abbiamo bisogno. Di fronte a una tale varietà di narrazioni, che stiamo ancora usando per confliggerci, ho cercato di trovare dei fili comuni per tesserli, perché mi piace pensare che all'origine ci fosse la volontà di uomini e donne di trovare uno strumento per immaginare il mondo. E lo abbiamo fatto con parole che non esistono in natura, ma che esistono invece in ogni linguaggio: “pace”, “giustizia” e “libertà”. In natura vige il diritto del più forte. Ma l'uomo queste parole le ha immaginate. Ai ragazzi ho proposto di partire da qui: da questa buona umanità, per costruire una narrazione che li accomuni.

Un invito che attraversa tutti i suoi lavori…

Il mio invito esplicito, da «Virginia per tutte» è diventare autrici di storie, perché è così che diventiamo autrici di mondi. È bellissimo, semplicissimo, praticabile, trasversale, poetico e politico. Di quella politica che è l’arte, che non ha colori. Non è divisiva, ma inclusiva.

Perché proprio Penelope?

Siamo immersi quotidianamente in una narrazione di guerra. Se allarghiamo appena lo sguardo, però, ci accorgiamo che è una narrazione molto parziale, perché di conflitti ce ne sono in atto tantissimi, e per lo più taciuti. Mi sono resa conto che il conflitto più lungo, taciuto e normalizzato della storia dell'umanità è proprio quello fra uomini e donne.

Con «Penelopi», come già con «Medee», sono partita dal mito per mostrare quanto sia un percorso di risignificazione. Penelope, come Medea, non è mai esistita: è nata nella testa di un uomo, che raccontava un personaggio che non veniva letto alle donne, le quali, nella Magna Grecia, vivevano come oggi vivono le donne in Afghanistan. Da qui capiamo quanto le narrazioni siano importanti, e quanto dobbiamo leggerle criticamente per capirne il meccanismo e capire come diano, letteralmente, forma alla realtà.

I ragazzi possono lasciare una traccia personale del loro pensiero © www.giornaledibrescia.it
I ragazzi possono lasciare una traccia personale del loro pensiero © www.giornaledibrescia.it

Quale è stato il lavoro fatto con le classi?
Quando arrivi in una classe in cui nessuno sa chi sia Penelope, capisci ancora di più quanto sia importante la narrazione e quanto per capirsi sia improntante avere delle narrazioni collettive e condivise. Davanti a questo limite ho dovuto trovare altre strade: ci siamo raccontati a vicenda varie teogonie e cosmogonie. È stato molto arricchente per tutti. Insieme abbiamo tessuto parole. Mi piace considerarmi una raccontastorie. Cerco di mostrare loro la meraviglia del mondo e dell’esperienza della vita. Abbiamo dapprima parlato della domanda che mi ha portato lì: perché esiste la violenza sulle donne e perché questa cultura fa male a uomini e donne?

Cosa ne è nato?
Una grandissima tela di otto metri per tre metri e mezzo — le dimensioni precise di Guernica di Picasso — che entrerà nel circuito internazionale di Kids Guernica. Ho chiesto ai ragazzi cosa avrebbero messo di loro su un'opera che deve viaggiare e dire, a chi la vedrà: «noi abbiamo provato a vedere un altro mondo«. La risposta unanime è stata: gli occhi. Hanno quindi dipinto, ognuno, i propri occhi, che ho portato a casa e cucito pazientemente sulla tela. Così abbiamo otto metri per tre e mezzo di occhi, di sguardi nuovi, di possibilità

Che altro vedremo in mostra?
Ho voluto anche creare uno spazio più libero, in cui potessero lasciare una traccia più personale del loro pensiero. Mi sono munita di tela bianca, e ho chiesto loro di rispondere a una domanda: cosa fai ogni giorno per la pace?

Cosa significa scultura sociale?
Quando parlo di scultura sociale l’opera non è quella che viene esposta. Quello che viene esposto è il documento dell’opera, perché l’opera è accaduta mentre eravamo in classe. È lì che abbiamo fatto scultura. Quello che porto fuori è solo perché voglio documentare, condividere e portare avanti il dibattito anche oltre le mura scolastiche. Ma l’opera siamo noi, noi siamo la scultura. L’arte è lo strumento. E questa mostra è la prova provata che l’arte è uno strumento potentissimo per generare cultura e per generare mondi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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