Sui social non esiste. Ecco perché è difficile trovarlo. Non solo come persona, ma anche come artista. «Sono felicissimo, così riesco a lavorare, non mi interessa la fama». Ora c’è però un’occasione per vedere le sue opere: Marco Bruto Rubagotti – discendente dello scrittore mazziniano emigrato in Argentina Angelo Rubagotti e, andando ancora più indietro, di donna Teresa Visconti di Modrone – esporrà «Il graffio del colore» negli spazi della casa d’aste Capitolium Art a Palazzo Cigola Fenaroli, in via Cattaneo 55 a Brescia. Dopo l’inaugurazione, che si terrà alle 18.30 di giovedì 1 ottobre, la mostra resterà aperta il venerdì e il sabato dalle 10 alle 18.30. In quattro sale saranno esposte una trentina di opere, in gran parte provenienti dall’archivio dell’artista e da collezioni private.
Discrezione e ricerca
La discrezione di cui sopra ha accompagnato anche il suo percorso professionale, iniziato lontano dall’arte. «Ho frequentato il liceo scientifico. Avevo iniziato Veterinaria, ma ho capito che non era la mia strada». Erano gli anni Ottanta quando si iscrisse allo Ied di Milano per studiare marketing e comunicazione, specializzandosi nell’art direction pubblicitaria. Aprì quindi un’agenzia a Brescia e successivamente lavorò come freelance.
Accanto alla comunicazione, ecco spuntare anche la ricerca artistica, costruita attorno a tre elementi: «È una produzione totalmente astratta e legata a una ricerca eterna di equilibrio tra luce, spazio e colore». L’ispirazione, tra le altre, è anche «L’arte del colore» di Johannes Itten; e la tridimensionalità è una delle caratteristiche che accomuna le opere. «Creo tutte cose con una loro tridimensionalità, non assoluta ma sufficiente per fare sì che la luce, all’interno dello spazio, crei condizioni diverse di rapporto con il pigmento e il colore. Sono quadri astratti, senza nulla di figurativo».

Le opere
Le tecniche utilizzate sono tre. Nella prima la tela diventa una superficie sulla quale sovrapporre materiali e colore. «Monto una tela più grezza e naturale e agisco con olio molto denso, da graffiare, lasciando spazi non dipinti». Quelle porzioni lasciate prive di colore, precisa, non sono vuoti da riempire: «Sono fondamentali, non sono mancanze». Un altro percorso è quello delle estroflessioni monocromatiche su carta, dove i tagli hanno il compito di far passare la luce. Qui il riferimento dichiarato è Lucio Fontana. Il terzo percorso si sviluppa invece sulle tavole lignee. «Sono preparate con tagli perfettamente simmetrici che servono per creare divisione spaziale e tridimensionalità». Su queste superfici Rubagotti accosta «una serie di 15-18 colori che associo in libertà, cercando l’armonia». La finalità, però, non è quella di mettere chi guarda davanti a qualcosa di volutamente respingente. «Tento di riconsegnare al fruitore qualcosa di piacevole da vedere. Non ricerco un’arte brutale o che debba ferire».

In mostra ci saranno anche le sculture. «Sono molto rigide e geometriche, disegnate da me e scolpite dai marmisti». Anche qui tornano i tagli, ma alcune opere introducono un elemento ulteriore: il movimento. «Alcune sono mobili, ruotano, sempre per lavorare sulla luce e sulle ombre». Il materiale scelto è il marmo bianco di Botticino.
Dopo anni in cui ha prodotto e venduto le proprie opere senza cercare una particolare esposizione pubblica, Rubagotti ha deciso di presentarsi con il proprio lavoro. A convincerlo non è però l’idea di imporre una lettura alle proprie opere. Al contrario: meglio puntare all’armonia. Un po’ come Giorgio De Chirico: «Quando i critici d’arte ricamavano significati dietro alle sue opere, rispondeva: “Ma va’, io non ho mai pensato questo. Lo faccio perché trovo sia armonico”. Ecco, io pure».




