Da vedere: a Milano c’è la mostra su Lella e Massimo Vignelli

Il consiglio per una gita estiva culturale fuori porta: fino al 6 settembre alla Triennale si può visitare l’esposizione dedicata alla coppia di designer che fece dell’Helvetica il proprio marchio di fabbrica e che plasmò l’estetica del secolo scorso
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Una panoramica della mostra dedicata a Lella e Massimo Vignelli in Triennale - Foto di Delfino Sisto Legnani, DSL Studio
Una panoramica della mostra dedicata a Lella e Massimo Vignelli in Triennale - Foto di Delfino Sisto Legnani, DSL Studio

La grafica della metropolitana di New York e quella di American Airlines, i cataloghi – moderni, eleganti e quasi concettuali – di Knoll, i piatti impilabili in melamina, i calendari in bianco e nero, il logo di Bloomingdale’s, quello moderno di Benetton: in comune hanno la doppia firma di Lella e Massimo Vignelli, la power couple della grafica novecentesca che proprio in questo periodo è celebrata dalla Triennale di Milano con una mostra esaustiva ed emozionante. Al museo del design che si trova all’interno del Palazzo dell’Arte in zona Parco Sempione è allestita «Lella and Massimo Vignelli. A language of clarity»: vale davvero la pena vederla.

Chi erano i Vignelli

I coniugi Vignelli, Lella (1934-2016) e Massimo (1931-2014), sono considerati tra le figure più influenti del design e della grafica del Novecento. Nati e formatisi in Italia, hanno contribuito a definire quel linguaggio visivo essenziale, rigoroso e immediatamente riconoscibile che ancora oggi risulta moderno e attuale, esportando negli Stati Uniti una visione progettuale profondamente legata al razionalismo europeo e guardando alle innovazioni dell’epoca (anche tipografiche). Trasferitisi a New York nel 1965, hanno lavorato in ambiti molto diversi – dalla grafica editoriale all’arredamento, dall’identità visiva ai prodotti per la casa – e hanno lasciato un’impronta duratura nella cultura visiva contemporanea. Basta guardare ciò che è esposto in mostra per capire questo lascito.

Lella e Massimo Vignelli - Foto di Luca Vignelli
Lella e Massimo Vignelli - Foto di Luca Vignelli

La mostra

La retrospettiva allestita alla Triennale, curata da Francesca Picchi con Marco Sammicheli e Studio Mut (Martin Kerschbaumer e Thomas Kronbichler, ripercorre oltre mezzo secolo di attività attraverso centinaia di materiali provenienti dal vastissimo archivio conservato dal Vignelli Center for Design Studies del Rochester Institute of Technology. Il percorso segue un andamento cronologico, ma si apre continuamente a incursioni tematiche che aiutano a comprendere l’ampiezza del lavoro dei due progettisti.

Ci sono i loghi e le identità visive che hanno contribuito a costruire l’immagine di aziende, istituzioni e marchi internazionali (come Knoll, American Airlines, la comunicazione dei grandi parchi naturali americani, lo studio e le grafiche del TG2...). Ci sono i cataloghi, le copertine, i manuali grafici e gli allestimenti, da vedere dal vivo per comprendere, oltre allo stile, anche come si lavorava nell’epoca pre-digitale. E poi fotografie, bozzetti, modelli, disegni e documenti che restituiscono anche il lato più personale e quotidiano della loro attività, insieme a un video con interviste e dichiarazioni che aggiunge ancora più profondità al racconto. Eliminare il superfluo e cercare la massima chiarezza: ecco la filosofia di questa coppia creativa multidisciplinare.

Accanto alle grafiche trovano posto nelle teche anche gli oggetti di design – come le stoviglie impilabili in melamina inventate da Massimo per rendere le cene con amici più semplici, sparecchiando senza che le posate impiccino e lasciando il lavandino della cucina in ordine, anche nel disordine del dopo-cena – e i gioielli che in alcune foto d’epoca si vedono indossati da Lella. Come per esempio l’affascinante collana ispirata a un collare elisabettiano, ma in fine ed elegante metallo.

Le stoviglie impilabili dei Vignelli - Foto di Delfino Sisto Legnani, DSL Studio
Le stoviglie impilabili dei Vignelli - Foto di Delfino Sisto Legnani, DSL Studio

L’amore per l’Helvetica

Nella lunga sala emerge anche il rapporto quasi militante che Massimo Vignelli aveva con la tipografia, e in particolare con il rigore dell’Helvetica. Per lui il numero dei caratteri davvero necessari era molto limitato e tra questi un posto speciale spettava al carattere di origine svizzera, che considerava uno degli strumenti più efficaci per comunicare con chiarezza. Non è un caso che il suo nome sia legato anche al sistema grafico della metropolitana di New York: i Vignelli contriburino a quel linguaggio visivo essenziale e coerente che è poi divenuto un modello per la segnaletica urbana contemporanea.

La grafica della metropolitana di New York - Foto di Delfino Sisto Legnani, DSL Studio
La grafica della metropolitana di New York - Foto di Delfino Sisto Legnani, DSL Studio

Meno noto, ma altrettanto significativo, è il suo contributo alla storia del carattere Bodoni. Nel 1989 Vignelli promosse infatti la realizzazione di Our Bodoni, una reinterpretazione digitale del celebre carattere ottocentesco parmense sviluppata da Tom Carnase sotto la sua direzione. L’obiettivo era aggiornare il Bodoni per l’uso contemporaneo, mantenendone l’eleganza ma rendendolo più funzionale e coerente con le proporzioni che Vignelli ammirava nell’Helvetica. Lo stesso designer spiegò di non essere interessato a inventare nuovi caratteri, ma a migliorare quelli classici quando necessario. Our Bodoni divenne negli anni, insieme all’Helvetica, una sorta di firma tipografica dello studio Vignelli e venne utilizzato in numerosi progetti editoriali e d’identità visiva.

Info pratiche

La mostra «Lella and Massimo Vignelli. A language of clarity» è visitabile alla Triennale Milano fino al 6 settembre 2026. Il biglietto intero costa 16 euro, il ridotto 11,50 euro e quello per studenti e studentesse 8 euro. È disponibile anche un biglietto giornaliero da 25 euro che consente di visitare tutte le mostre ospitate dalla Triennale. In questo periodo oltre alla mostra sui Vignelli – e alle esposizioni permanenti – ci sono «Alphabet» di Edward Barber e Jay Osgerby, «In between» di Francesco Clemente, la Sala Sottsass accanto a «Casa Lana», «Continuous present» di Andrea Branzi by Toyo Ito e le «Temporary rooms» di Davide Stucchi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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