Come finestre sul mistero: l’astrazione di Rothko in mostra a Firenze

«I miei dipinti sono come facciate, a volte apro una porta e una finestra, altre volte due porte e due finestre. Procedo con cautela». Porte e finestre affacciate su cosa, nei dipinti di Mark Rothko (Dvinsk, Russia, 1903 - New York, 1970) a cui Palazzo Strozzi dedica un’importante mostra, fino al 23 agosto? A chi lo interrogava sul significato di quelle enigmatiche campiture di colore che paiono fluttuare sulle grandi tele, chiedendo se fossero un’espressione di sé, rispondeva evasivo: «preferisco comunicare una visione del mondo che non appartiene totalmente a me stesso. L’espressione di sé è noiosa».
E spiegava che nelle sue opere voleva «solo essere intimo e umano», scegliendo la dimensione monumentale come «scala dell’esistenza umana» e invitando l’osservatore ad avvicinarsi ai dipinti «così che la prima esperienza sia di ritrovarsi dentro al quadro».
Il percorso
E allora proviamo, ad entrare in questi quadri, sapendo che ogni interpretazione, anche la nostra, non può che avvicinarsi per approssimazione alla pittura di questo gigante del Novecento, profugo in America dalla Russia a soli dieci anni, accostatosi progressivamente all’arte dopo aver praticato il teatro e la scrittura, lettore avido di Nietzsche, Schopenhauer e dei tragici greci, vicino al surrealismo prima di approdare all’astrazione.

E proviamo ad avvicinarci partendo (anche per ragioni pratiche: le due sedi sono aperte solo al mattino) dalle due esposizioni collaterali alla mostra principale, allestite nel vestibolo michelangiolesco della Biblioteca Laurenziana Medicea e al Museo di San Marco. Due luoghi di cui Rothko si innamorò quando venne in Italia nel 1950, dopo l’avvio della stagione astratta definita “classica”. E poi ritrovati nel viaggio del 1959, quando ormai era lanciatissimo sulla scena nazionale e internazionale, tanto da rappresentare nel ‘58 gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia, e da permettersi di annullare la commissione per un ciclo di pannelli murali per il celeberrimo ristorante Four Season di New York.
Spazio mentale
Cosa vede Rothko in questi due ambienti? Qual è la loro assonanza con la sua pittura? Il vestibolo di Michelangelo – dove sono collocate due opere su carta degli anni ‘50 – è un volume compresso, claustrofobico, ingombro della scalinata debordante che prefigura linee barocche. Le pareti sono segnate da finestre cieche e da imponenti lesene e semicolonne che premono sullo spazio interno. Uno spazio immersivo, in cui il visitatore si sente sopraffatto da forze che fatica a dominare. Come Rothko voleva che accadesse davanti alle sue opere, chiedendo di «cadere» nel colore e nell’emozione che comunica.
E il convento di San Marco? Al di là dell’apparente serenità trasmessa dalle pareti chiare, dai colori pastello degli affreschi di Beato Angelico, anche qui le celle sono spazi chiusi, se si escludono i piccoli affacci sul chiostro. Luoghi di meditazione e silenzio, sulle cui pareti i momenti della Passione di Cristo non sono scene narrative ma vere e proprie “visioni” oltre il tempo e lo spazio, spazi mentali in cui i frati erano chiamati ad entrare attraverso la contemplazione di composizioni che talora rasentano l’astrazione.
Così, l’inserimento di cinque opere di Rothko in altrettante celle (in “dialogo”, con un termine ormai troppo abusato, con gli affreschi) trova senso non tanto nell’assonanza di titoli, forme o cromie, quanto nella medesima volontà degli artisti, a distanza di cinque secoli, di produrre sullo spettatore lo stesso effetto «magnetico» davanti alle loro opere.
La mostra
E così approdiamo a Palazzo Strozzi, superando rapidamente le prime due sale che accolgono le prime prove figurative e le opere surrealiste fino al 1949, per accostarci alle celebri tele a bande colorate. Prima l’esplosione dei gialli e degli arancioni, poi la profondità dei blu e dei verdi, il contrasto dei rossi e dei bruni, le geometrie verticali dei bozzetti su carta per i Seagram Murals e i dipinti per Harvard degli anni Sessanta. Il colore si dilata e respira, anzi traspira attraverso le velature, se si dà agli occhi il tempo giusto d’osservazione. I bordi vibrano e si dissolvono, come orizzonti di uno spazio indefinito. Non c’è da meditare («in questi dipinti non c’è anelito verso il paradiso o la divinazione» scriveva Rothko), piuttosto da contemplare.

Negli acrilici «black and grey» dei tardi anni Sessanta, la tela è spartita in due campi di colore quasi solido divisi da una linea frastagliata, come una fessura, come un taglio “alla Fontana”, un margine da cui sembra penetrare uno spiraglio di luce da un mondo differente. Nell’ultima sala, allestita come una cappella poligonale su cui si aprono nicchie, le opere estreme su carta, dai colori gessosi, lasciano un interrogativo su quale sarebbe potuta essere l’evoluzione ulteriore del linguaggio di Rothko, se egli non avesse tragicamente posto fine alla propria vita il 25 febbraio 1970. La domanda resta sospesa, proprio come il senso d’attesa per una rivelazione impellente e incompiuta che emana da ogni sua opera.
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