Inizialmente doveva essere soltanto un deposito della sconfinata collezione Zaleski. Ma grazie all’insistenza del presidente della Fondazione Tassara (che si occupa della collazione) si è deciso di renderlo un luogo più aperto al pubblico. È così, grazie a Flavio Pasotti e alla famiglia Zaleski, che qualche anno fa è nato il Museo internazionale del tappeto antico di Brescia, il Mita: quello strano edificio modernissimo che sorge dietro alla stazione, di fronte a una delle sedi della Libera accademia delle belle arti, in via privata De Vitalis. Un caso (ma nemmeno troppo) che permette al museo di esprimere ancora meglio la sua vocazione: è un museo che deve essere fruibile, visitabile, vivibile, e chi più degli studenti e delle studentesse d’arte apprezza un posto del genere?

Con Laba sono nate anche alcune collaborazioni: per esempio, i ragazzi e le ragazze che stanno studiando grafica hanno reinterpretato in chiave contemporanea le trame dei tappeti visti proprio al Mita. Ma non è l’unica rete che il museo ha tessuto (metafora voluta). Concerti, conferenze, restauri (come quello del Salottino cinese di Palazzo Averoldi finanziato proprio da Fondazione Tassara), la festa dell’opera, la festa della musica… E il cuore di tutto resta sempre la collezione di tappeti, insieme alle mostre che ciclicamente presentano al pubblico secoli e secoli di arte tessile.
La nascita del museo
La collezione è stata riunita da Romain Zaleski, padre di Wladimir Zaleski, presidente del Mita e direttore artistico del museo. Si dice che sia la più grande collezione privata al mondo di tappeti classici: a svelarlo è Giovanni Valagussa, curatore delle mostre e del museo. Romain, spiega, cominciò a collezionarli quando aveva vent’anni, mentre era militare in Nord Africa: ne acquistò uno da portare a Parigi, ai suoi genitori. Da lì iniziò a raccogliere un insieme sempre più ampio di tappeti.

Intorno al 2020 Zaleski ebbe l’idea di affidare la collezione a un centro studi, per creare un polo di ricerca e attrazione dedicato al tappeto antico. Inizialmente si erano considerate diverse possibilità, tra cui Milano e Venezia. In seguito si è scelta Brescia, anche per la vicinanza alla Fondazione Tassara, in Valle Camonica. Una volta individuato il luogo su cui sarebbe sorto il museo, lo studio Obr di Milano (in particolare Paolo Brescia, genovese e allievo di Renzo Piano) ha progettato l’edificio, demolendo quello vecchio per lasciare spazio alla struttura attuale, disegnata appositamente per svolgere due funzioni: essere un deposito e, al tempo stesso, un luogo aperto al pubblico, che ospiti attività diverse. Mostre, concerti, convegni, conferenze, ma anche occasioni conviviali e momenti di socialità.
La collezione
La prima donazione al museo, che è stato inaugurato nel 2023, comprendeva 1.325 tappeti, ai quali se ne sono aggiunti altri, fino ad arrivare a circa 1.350 esemplari. Sono moltissimi e, soprattutto, ben distribuiti tra le diverse aree di produzione. «La collezione», illustra Valagussa, «spazia dall’Oriente, con esemplari giapponesi e numerosi tappeti cinesi, all’Asia centrale e al Turkestan, fino all’India, alla Persia, al Caucaso, all’Anatolia e al Vicino Oriente. Comprende inoltre tappeti del Nord Africa, dall’Egitto fino al Marocco. L’ampia varietà di opere permette di raccontare l’evoluzione del tappeto e delle sue tipologie. Abbiamo iniziato subito l’attività espositiva, con mostre che presentassero piccoli nuclei della collezione. Ho cercato di individuare gruppi di tappeti che si prestassero a essere raccontati. Il tappeto, in quanto oggetto, è stato in parte penalizzato dall’uso che ne hanno fatto le generazioni precedenti: ecco perché lo si associa a un’idea di arredamento pesante. Oggi ha bisogno di essere riscoperto attraverso una sensibilità diversa».

Le mostre
E così una mostra, per esempio, ha esplorato i tappeti mediterranei, dal Nord Africa al Vicino Oriente, insieme a rari esemplari italiani, portoghesi e spagnoli. Il percorso li metteva in relazione con i tappeti dipinti nella Sala delle Dame di Moretto e, da lì, con Romanino e gli arazzi da lui disegnati, come quelli realizzati per le nozze di Martinengo con Eleonora Gonzaga. Un’altra mostra metteva a confronto i tappeti di montagna della Persia, modernissimi nei colori folgoranti e nelle forme geometriche essenziali, con gli arazzi di William Kentridge, artista sudafricano che ha utilizzato la tessitura come uno dei suoi mezzi espressivi.
«Abbiamo poi dedicato un’esposizione ai tappeti transilvani», prosegue Valagussa, «esemplari di origine anatolica che transitavano dalla Romania attraverso le rotte commerciali dirette verso l’Europa centrale. Molti sono stati conservati proprio in Transilvania, dove venivano utilizzati per ornare le chiese cristiane protestanti. Nella scelta degli allestimenti cerchiamo sempre la spettacolarità, il coinvolgimento e l’emozione. I tappeti, quindi, non vengono semplicemente esposti su pedane o appoggiati a terra. Quando è possibile, come nel caso degli esemplari cinesi attualmente presentati, proviamo a costruire un allestimento più accattivante, che aiuti a raccontare la storia degli oggetti».

La prossima mostra accosterà nuovamente due linguaggi: i manifesti di Armando Milani per il Festival della Pace e i tappeti di guerra afghani, esemplari molto particolari realizzati dopo l’invasione sovietica e la successiva invasione americana. Accanto ai motivi geometrici e floreali tradizionali, anticipa Valagussa, compaiono mezzi bellici, tra cui carri armati e missili. Questi elementi sono entrati spontaneamente nelle decorazioni: per chi li realizzava erano macchine incredibili che suscitavano insieme meraviglia e paura».
Non solo per gli studiosi
La collezione è molto conosciuta a livello internazionale e attira studiosi e studiose. «Ma una delle soddisfazioni più grandi è vedere il pubblico delle visite guidate del fine settimana: arriva molta gente curiosa ed entusiasta, anche giovane, di tutte le età, per scoprire un oggetto che spesso consideriamo inconsapevolmente un semplice elemento di arredamento ormai superato». Se raccontato bene, il tappeto diventa infatti una porta d’accesso a storie e popolazioni lontane da noi: al Mita lo si vede bene. «Permette di conoscere episodi storici, entrare in contatto con culture differenti e confrontarsi con gusti e sensibilità diversi. Il tappeto di per sé può risultare meno immediatamente comunicativo rispetto ad altre forme d’arte. Ma qui è una finestra su culture e storie lontane».




