«Io non scendo», alla Fondazione Negri una mostra dedicata alla donna

A rovesciamento di ciò che urla dalle fronde d’un albero nella campagna romagnola lo «zio matto» Teo/Ciccio Ingrassia nel film di Federico Fellini «Amarcord» (1973) – e cioè un supplice «Voglio una donnaaaa!» – la mostra fotografica «Io non scendo. Storie di donne che salgono sugli alberi e guardano lontano», fino al 30 aprile alla galleria Spazio Fondazione Negri (Brescia, via Calatafimi 7), idealmente ci grida: sono una donnaaaa! E vedo più lontano.
Con questo messaggio femminile prima che femminista, diversamente dal Cosimo Piovasco di Rondò che salito su un albero mai più ne discende ne «Il barone rampante» di Italo Calvino, la curatrice Laura Leonelli vuole mostrare come e perché proprio le foto di donne «sugli alberi» siano metafora che il genere femminile sa andare oltre la norma, altrove, con quel differente punto di vista a cui esortava il professor Keating/Robin Williams ne «L’attimo fuggente» (1989) di Peter Weir.
Disubbidienti
Il bello è che di donne così, dalla fine ’800 in poi, ce ne sono state parecchie. Anonime, ma sodali portatrici di un’intima convinzione e visione resa esplicita anche nelle azioni e scritti di personaggi noti come Louisa May Alcott, Voltairine De Cleyre, Astrid Lindgren, Simone De Beauvoir, Beah E. Richards, Bianca Di Beaco, Angela Carter, Margherita Hack. Le quali – nel libro di Laura Leonelli (2023, Postcart Edizioni, 224 pagine, 20 euro) che specchia e dà titolo alla mostra – rifletterono sul simbolismo femminista d’issarsi su un albero.
Leonelli, giornalista sul supplemento culturale del Sole 24 Ore, su Arte, su AD, spiega che «le donne salgono sugli alberi quando disubbidiscono. E ogni donna che disubbidisce è figlia della prima, più celebrata e dannata delle disubbidienti: Eva.

Ascoltando la voce delle nuove Eva questo libro riporta gli slanci, le delusioni, le battaglie, le ascese di alcune di loro che hanno disubbidito e sono salite sull’albero della consapevolezza e della propria realizzazione».
La mostra
Alla galleria Spazio Fondazione Negri – emanazione della realtà bresciana che, guidata da Mauro Negri – è patrimonio di foto e archivi d’epoca, c’è un’ottantina di stampe originali a certificarla, quella disobbedienza: donne che da fine ’800 ai primi Anni 70 sono ritratte su tronchi e fra rami. Frutti d’un fotografare da album di famiglia, mai d’autore, ma perciò adatto al senso ultimo di quel gesto atipico. Reperti di storie private, ma anche indizi d’autocoscienza e consapevolezza femminili, in cui non mancano sorrisi, né sguardi di sfida.
Sia che si tratti di bimbe che spuntano da un fogliame, o d’una giovane d’antan con viso da... telefoni bianchi ritratta dal basso; o d’un gruppo agreste poggiato a rami contorti d’un albero secolare; o d’una signora con paltò e foulard della quale una fronda regge la schiena. Metafore di volitività dell’ideale simbiosi albero&donna, dacché l’albero è simbolo di forza d’adattamento e di rinascita.
Sfida
Giacché salire sull’albero non è «cosa da donne» e farlo era ed è sfida al pregiudizio. Lo sottolinea Leonelli sul sito di Postcart: «Storicamente, arrampicarsi su un albero è stato per le donne un atto di disobbedienza. E fin dai tempi di Eva, la disobbedienza per una donna significa molto spesso dire di no alle leggi imposte dagli uomini, anche oggi. Credo che dalle cime degli alberi, ma anche a pochi centimetri da terra, le donne vivano invece uno spazio diverso dentro di sé per diventare quell’individuo originale e unico a cui siamo tutte destinate. È un’ascesi ardua perché le donne pagano ancora la libertà di dire no. Ma bisogna avere coraggio, perché cambiare l’orizzonte apre paesaggi sorprendenti. Dentro e fuori di noi».
Si guardi, dunque, a quelle femminili presenze... fuori luogo, non come a una posa per il clic, bensì a una volontà liberatoria. Per cui – conclude Leonelli che da bimba salì sull’albero di cachi dei nonni e da decenni cerca foto di “donne sugli alberi” nei mercatini e sul Web – «sugli alberi dobbiamo salire se vogliamo cambiare il mondo. Ancora oggi. E se qualcuno ci invita a tornare a terra, la risposta è e sarà una sola: io non scendo».
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