«Non ho avuto figli e ne sono contento: i miei figli sono le mie opere d’arte, ecco perché faccio attenzione alle mani in cui finiscono». A parlare è Emilio Isgrò, artista siciliano tra i più noti al mondo (soprattutto per le cancellature). Una delle sue opere – quella gigantesca dedicata alla Vittoria Alata – accoglie bresciani e visitatori ogni volta che salgono in superficie dalla fermata della metropolitana in stazione. E una delle più estese mostre a lui dedicate fu ospitata proprio a Brescia, al Museo di Santa Giulia. «Mi sento un po’ bresciano», sorride. «Quella mostra furono praticamente quattro esposizioni in una. Ci fu entusiasmo da parte della città, un bel clima favorevole», ricorda sorridendo, con sincera gratitudine. Una delle opere che espose per la prima volta al Santa Giulia – l’Armonium delle allodole impazzite – ora sarà protagonista di un talk nel luogo in cui ha trovato la sua collocazione definitiva, ovvero Malga Costa nella cornice di Arte Sella. L’incontro, in collaborazione con Fondazione Brescia Musei, si terrà sabato 29 agosto alle 15 nello spazio espositivo di Malga Costa a Borgo Valsugana (in provincia di Trento). Nel frattempo abbiamo chiacchierato con l’artista.
Emilio, sono già trascorsi quasi quattro anni dalla sua grande mostra bresciana…
Già. C’erano le Api di Virgilio, l’Armonium, Brixia come Atene e lo spettacolo teatrale. Mi pare anche troppo per un solo artista!

Parliamo prima di tutto dell’Armonium, che i bresciani ricordano bene: me lo racconta con le sue parole?
È la costruzione misteriosa di uno strumento musicale che evidentemente non poteva mai suonare. I tasti sono di legno scolpito, bloccati. Questo strumento misterioso, tuttavia, si aggancia alla grande tradizione musicale dei bresciani, e a Benedetti Michelangeli su tutti. Io, cancellandola, ho rifatto una partitura della «Casta Diva» di Bellini, trascritta per pianoforte da Chopin, legandola al piano di Benedetti Michelangeli. Volevo avvalermi dell’aria di Bellini dalla «Norma» per dare un’anima musicale all’installazione, in uno spazio che oltretutto era meravigliosamente bello. Il problema vero era, per me, reggere l’impatto con quello spazio. I grandi ambienti sono difficili da gestire: schiacciano l’artista, se l’artista non sa reggerli. Io lo riempii con questo strumento e con delle gabbie prese dai bracconieri, da cui tutti gli uccellini erano fuggiti e cantavano essi stessi la «Casta Diva». Ebbi l’impressione che la gente non capisse, presa com’era dalle Api di Virgilio, invece l'opera fu molto apprezzata.
A proposito di grandi ambienti, ora l’opera si trova a Malga Costa, all’aperto. Come cambiano percezione e fruizione?
Torniamo alla «Norma»: da siciliano volevo onorare la mia terra a Brescia, ma anche i bresciani, dato che ce ne sono moltissimi in Sicilia: a Scicli c’è pieno. L’arte crea scambi e offre una visione più articolata del mondo. La «Norma» è un’opera prima di tutto romana e a Brescia, tra Santa Giulia e Capitolium, eravamo in un ambiente legato alla romanità: ci stava bene. Ad Arte Sella, che è una foresta del Nord come quella rappresentata da Bellini nella sua opera, può starci altrettanto bene. Quella belliniana era una foresta celtica, ma sempre di foresta nordica si tratta. È bello quando i conti tornano anche senza forzare la mano. La percezione? Sicuramente cambierà, arriverà in modo diverso. Sarà all’aperto, non ci sarà più la concentrazione del chiostro. Ma è bello che Brescia si sia mossa di concerto con un’altra realtà italiana, collaborando. Vorrei avvenisse sempre nel nostro Paese, e invece spesso è difficile fare dialogare le istituzioni.

Come vede l’arte in questo momento storico, anche in relazione alle innovazioni digitali e ai risvolti creativi ed etici?
Troppo confezionata. Prevedibile. Le opere che vediamo sono tutte belle, ma credo che più che di bellezza ci sia bisogno di amore. A proposito di questo: sto facendo un lavoro per gli ultimi due papi, Francesco e Leone XIV, cancellando il «Laudato si’». Papa Prevost ha scelto il titolo ricavandolo da una mia cancellatura: «L’amore è più forte della bellezza». Ecco: c’è troppa bellezza in giro per poterci credere veramente. Non serve più l’arte dei Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta, e perfino dei primi Duemila. Il mondo è cambiato. Si sente più bisogno dell’amore che della bellezza. Oppure di un amore che sia pieno di bellezza.




