Ex voto, devozione e leggende: viaggio nella «chiesa trullo» di Brescia

San Faustino in Riposo si trova tra piazzetta Tito Speri e piazza Loggia: è un piccolo gioiello ricco di storia nel quale trova luogo anche il culto verso la protettrice delle cause perse e disperate: Santa Rita
Giulia Camilla Bassi
La devozione a santa Rita in San Faustino in Riposo
La devozione a santa Rita in San Faustino in Riposo

Nel cuore del centro storico, tra piazzetta Tito Speri e piazza della Loggia, c’è una chiesa che i bresciani conoscono bene, ma che rischia di sfuggire all’occhio di un passante distratto. Se ne sta lì, incastonata sotto il volto di Porta Bruciata, agglomerata nella pietra, con la sola porta d’accesso ben visibile: un piccolo gioiello, sorprendente proprio nella sua singolarità. Si chiama san Faustino in Riposo, ma molti la conoscono semplicemente come «chiesa di Santa Rita» oppure come «chiesa del trullo». Entrambi i nomi raccontano qualcosa di lei.

Una storia secolare

La sua è una storia secolare, che affonda nella tradizione altomedievale. Secondo il racconto devozionale, infatti, in tempi lontanissimi il luogo su cui oggi sorge San Faustino in Riposo si trovava al limitare della città, lungo uno dei suoi passaggi più antichi. È qui che, tra l’VIII e il IX secolo, sarebbe sorta la prima cappella legata alla memoria della sosta dei corpi dei santi patroni Faustino e Giovita. L’edificio oggi visibile, però, appartiene a una fase successiva. Dopo il grande incendio che nel 1184 colpì quest’area e diede il nome alla sovrastante Porta Bruciata, la chiesetta sarebbe stata ricostruita nelle forme romaniche che ancora oggi la rendono riconoscibile. L’interno, invece, racconta un altro capitolo della sua storia: non conserva l’aspetto originario, ma l’impronta di rifacimenti più tardivi, attuati soprattutto tra Seicento e Ottocento.

La leggenda di «in riposo»

Il curioso termine «in riposo» ha una spiegazione radicata nella devozione cittadina. Secondo l’antica tradizione, durante l’VIII secolo le salme dei santi patroni Faustino e Giovita furono traslate dal loro luogo di sepoltura originario, il cimitero dell’antica chiesa di San Faustino ad Sanguinem (oggi Sant’Angela Merici), verso la loro collocazione definitiva nella basilica di San Faustino Maggiore. Il corteo funebre si fermò nei pressi di Porta Bruciata e fu proprio durante questa sosta che, secondo la leggenda, accadde qualcosa di straordinario: le salme dei santi trasudarono sangue. Il duca Namo di Baviera, governatore di Brescia, uomo di fede incerta, assistette al prodigio e si convertì. In segno di gratitudine donò all’abate di San Faustino una reliquia della Vera Croce (oggi conservata nel Tesoro delle Sante Croci in Duomo Vecchio) e fu sempre lui, secondo la tradizione, a provvedere a sue spese all’erezione del piccolo tempietto originario sul luogo del miracolo.

La chiesa trullo

L’altro soprannome, quello legato al trullo, si spiega guardando la forma esterna della chiesa: un corpo cilindrico in pietra, sormontato dalla caratteristica cuspide conica rivestita di embrici di terracotta, sopra la quale si leva una celletta campanaria. Una sagoma inconfondibile, che non ha eguali nel panorama architettonico cittadino e che, tuttavia, pochi conoscono davvero, poiché l’edificio è quasi interamente nascosto dalle costruzioni che in epoca medievale vi si sono addossate. Per coglierlo bisogna spostarsi in via Musei, da dove la cupola conica emerge improvvisa, stretta tra Porta Bruciata, l’ultimo resto delle mura trecentesche e le case tutt’intorno, come un segreto ben custodito.

La chiesa di San Faustino in Riposo - © www.giornaledibrescia.it
La chiesa di San Faustino in Riposo - © www.giornaledibrescia.it

Nella ricostruzione delle vicissitudini della chiesa, a guidarci dentro questa stratificazione di storia, devozione e memoria è monsignor Ivo Panteghini, sacerdote bresciano, presbitero collaboratore della parrocchia dei Santi Faustino e Giovita e profondo conoscitore del patrimonio storico ed ecclesiastico della diocesi. «Ci troviamo di fronte a una chiesa circolare – spiega – che molti, come accade per questo genere di architetture, assimilano al Santo Sepolcro. Dal mio punto di vista posso affermare che la forma, con questa cupola-trullo conica, richiama molto da vicino le antiche pissidi, ovvero le antiche custodie dell’Eucaristia e gli antichi reliquiari». In questa prospettiva, San Faustino in Riposo sarebbe dunque da leggere non soltanto come una piccola chiesa commemorativa, ma come edificio nato per custodire una memoria sacra. «Una cosa che nessuno ricorda è che dietro la grata dell’altare di San Faustino in Riposo sono custodite le cosiddette reliquie del sangue dei Santi Faustino e Giovita».

La reliquia nascosta

Dietro la grata si trova un reliquiario settecentesco. Al suo interno, però, è conservato qualcosa di più antico: «Un reliquiario proto-rinascimentale in peltro contenente una serie di oggetti. Prima di tutto un panno di lino batista finissimo, macchiato di rosso e ripiegato in sedici parti, che doveva essere in origine un telo piuttosto esteso; poi due reliquie dei santi, alcuni filamenti di seta rossa e una piccola sfera di legno tornita, probabilmente in origine dorata».

L'altare di san Faustino in Riposo
L'altare di san Faustino in Riposo

È qui che la lettura di Panteghini si fa più delicata e affascinante. Il frammento della stoffa macchiata, fatto analizzare, restituì un esito prudente: alla prova del Luminol, la macchia che sembrava sangue non dava segni di esserlo. «La mia ipotesi – spiega ancora monsignor Panteghini – è che, durante i secoli, il tessuto di seta rossa che potremmo identificare come orifiamma, cioè il vessillo che era appeso alla croce da campo (e che le truppe portavano in battaglia per invocare la protezione divina, di cui anche la sfera tornita poteva fare parte) abbia rilasciato del colore e abbia macchiato il sottostante tessuto di lino».

Devozione

Rimane infine da chiedersi perché la chiesa sia conosciuta anche come di Santa Rita. Negli ultimi secoli, infatti, un’altra devozione si è imposta nella percezione popolare: quella alla Santa degli Impossibili, patrona delle cause perse e disperate. Una santa amatissima proprio perché vicina alle situazioni più difficili, a quelle domande che sembrano non trovare risposta e che la devozione popolare ha affidato, nel tempo, alla sua intercessione.

Alcuni cuori in argento lasciati dai devoti di Santa Rita - © www.giornaledibrescia.it
Alcuni cuori in argento lasciati dai devoti di Santa Rita - © www.giornaledibrescia.it

«La devozione dei bresciani – spiega monsignor Panteghini – più che essere legata al ricordo del sangue dei santi Faustino e Giovita, ha trovato in questo luogo, probabilmente sulla fine dell’Ottocento, un punto devozionale per la Santa». A testimoniarlo, oltre al suo ritratto, sono anche gli ex voto custoditi, i cuori d’argento lasciati dai fedeli, databili dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi, che tappezzano le pareti come una mappa silenziosa di grazie ricevute e preghiere esaudite.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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