Una passione che si fa vocazione, e poi lavoro: custodire la bellezza, da oltre trent’anni, per Andreina Contessa è questo. Oggi direttrice della Galleria dell’Accademia e dei Musei del Bargello a Firenze, e prima alla guida di collezioni a Trieste e a Gerusalemme, dove ha continuato gli studi dopo la laurea in Storia dell’arte conseguita a Parma, Contessa è tornata nei giorni scorsi dove tutto è iniziato, a Marcheno, la sua terra d’origine. Un incontro sentito e con momenti di commozione, fortemente voluto dalla cugina Claudia e dall’assessore alla cultura Roberto Gitti, e che l’ha vista in dialogo con la giornalista Milla Prandelli. L’abbiamo intervistata al termine della serata.
Dottoressa Contessa, quali sono oggi le sfide più grandi nel dirigere un’istituzione culturale?
Oggi credo che una delle principali sia quella di rendere i luoghi della cultura accessibili a tutti, sfruttando la tecnologia per rendere l’arte fruibile attraverso il tatto, le audioguide o altri dispositivi. Dobbiamo lavorare affinché tutti possano godere della bellezza, uno dei primi obiettivi per noi che la custodiamo.

Lei ha vissuto a lungo a Gerusalemme, dove ha insegnato all’Università Ebraica e diretto il Nahon Museum of Italian Jewish Art. Cosa le ha lasciato, umanamente ed intellettualmente, questa esperienza?
Gerusalemme è stato un luogo formativo, dove ho studiato, insegnato e lavorato: è qui che la mia mente si è aperta e ho davvero avuto l’impressione di poter spaziare nello studio e nella ricerca. Ampliare i miei orizzonti all’estero è stata un’esperienza fondamentale e mi auguro che tutti i giovani la provino: viaggiando, cambiando prospettiva e provando a porsi nei panni dell’altro. A Gerusalemme ora la situazione è complicata, ma io e mio marito lì non ci siamo mai sentiti al fronte: casomai, insegnando io Cristianesimo nell’arte, mi sono sentita un ponte tra lingue, culture e religioni diverse. La Gerusalemme che abbiamo conosciuto era un mondo aperto, a cui abbiamo dato tanto ricevendo tanto in cambio.
Nel 2017 siete tornati in Italia: grazie al ministro Franceschini e ad un concorso internazionale lei è diventata direttrice del Museo Storico e del Parco del Castello di Miramare e l’ha fatto rinascere. Qual è stata la formula vincente?
In una parola: visione. Quando sono arrivata a Trieste ho trovato il Parco e il Castello in grande sofferenza: mancava una progettualità sulla lunga distanza, che pensasse al benessere del luogo nel futuro. Si doveva passare ad una visione più integrata: fin da subito al Parco e al Castello è stato dato il medesimo valore. Ho ripreso la visione d’insieme di Massimiliano d’Asburgo e cercato di introdurre dinamicità in un ambiente polveroso, aprendo gli ottomila libri della biblioteca, cosa che mai era stata fatta, e scoprendo tesori di botanica. Molti erano volumi che la moglie Carlotta del Belgio si era portata dalla casa paterna. Da lì è partito tutto: è stata creata una banca dei semi storici – per donare anche ai posteri le piante scelte dalla coppia – oltre che finalmente realizzata l’orangerie tanto voluta da Massimiliano e per la quale i giardinieri penarono a lungo a causa della Bora.
Il tutto con attenzione alla sostenibilità.
Assolutamente, era ed è un museo verde: credo sia l’unico museo storico nel mondo – in Italia lo è sicuramente – dove si utilizzano i resti, come le foglie morte e l’erba tagliata, per avere un fertilizzante naturale e non chimico. Sostenibilità anche economica, si tratta di gestire fondi pubblici: è importante portare avanti progetti con visione, pensando alle generazioni future.
Nel 2025, è diventata direttrice del nuovo polo museale che riunisce la Galleria dell’Accademia e i Musei del Bargello a Firenze.
Un’altra sfida: fino all’anno scorso le due realtà erano separate, con personale ed orari diversi. In primis abbiamo cercato di creare una macchina che funzionasse insieme, coinvolgendo le persone in un’unica realtà. L’idea è quella di un unico itinerario tematico, con orari e biglietto unificato: puntiamo a un turismo più cosciente, meno rapace, meno frettoloso, meno distratto. Il Bargello è stato il primo museo d’Italia: a fine ’800 parlavamo lingue diverse e non ci conoscevamo per nulla, ma ad unirci c’era già l’arte.
Che radici valtrumpline porta con sé?
La prima volta che mio padre mi portò in montagna venni sgridata perché per arrampicarmi in salita usavo anche le mani: mi disse che le montagnine vere salgono dritte, usando solo i piedi. Ho imparato ad usare questo equilibrio e questo bilanciamento interiore anche nella vita. La Valle mi ha lasciato sobrietà, tenacia – a volte anche caparbietà – e l’orgoglio di salire con le mie gambe. In piedi, sempre.

