Vetro, oro, luce: «Così è nato il mio Agnus Dei per la Sagrada Família»

Andrea Mastovito, bergamasco, è l’artista che ha firmato l’agnello che domina sulla città, nella torre più alta della cattedrale catalana recentemente inaugurata da papa Leone: l’intervista
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

L'Agnus Dei di Andrea Mastrovito all'interno della Sagrada Familia - Foto Pep Daudé
L'Agnus Dei di Andrea Mastrovito all'interno della Sagrada Familia - Foto Pep Daudé

Pensare alla fabbrica del Duomo di Milano, la cui costruzione durò suppergiù sei secoli, fa impressione. Pare esagerato, con i mezzi odierni. E invece. Lo scorso 10 giugno a essere inaugurata è stata l’ultima torre della Sagrada Família, simbolo di Barcellona che – pur non paragonabile ai seicento anni della cattedrale meneghina – s’è presa 144 anni per arrivare a questo punto. «Punto», non «chiusura dei lavori». Perché, sia chiaro: non è ancora del tutto terminata.

A contribuire alla maestosità e alla bellezza di quel grande castello cattolico che mischia l’estetica liberty all’anelito gotico che punta al cielo – ideato da Anton Gaudì – c’è anche l’artista bergamasco Andrea Mastrovito (che espose anche alla Collezione Paolo VI di Concesio nel 2025: «Opere sacre»). Suo è l’Agnus Dei in cima alla torre di Gesù Cristo (la più alta della cattedrale, quella centrale e maestosa, alta più di 170 metri), che è stato svelato a giugno in occasione dell’inaugurazione della torre, durante la visita pastorale di papa Leone XIV nella città catalana.

Andrea, l’Agnus Dei per la Sagrada Família riflette la tua arte multimediale, ma immagino attinga anche alla tua esperienza internazionale. In che modo?

Dai miei anni a New York ho imparato soprattutto una grande libertà e una straordinaria frizzantezza. Anche nei momenti più difficili – penso agli ultimi dieci anni dal punto di vista politico – lì si continua a produrre moltissimo. Tantissimi artisti portano avanti temi nuovi. New York ha cambiato il mio modo di lavorare. Da quell’esperienza ho imparato a fare arte con ciò che trovo. Il mio disegnare praticamente su tutto nasce proprio da quella lezione americana, da Jasper Johns in poi. Per l’Agnus Dei, poi, ho sviluppato la mia idea e coinvolto i migliori artigiani al mondo.

Non è la tua prima opera in ambiente religioso...

No, negli ultimi quindici anni ho lavorato molto nell’ambito ecclesiale. Sono un artista multimediale e multiforme e mi viene naturale muovermi anche in aree considerate periferiche rispetto al sistema dell’arte. Oggi la Chiesa, da questo punto di vista, lo è. Quindici anni fa Stefano Arienti stava lavorando all’interno della chiesa dell’ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo mi segnalò per realizzare le figurazioni degli absidi (dove al Gesù Cristo diede il volto del Bocia, capo ultrà dell’Atalanta, ndr). Lavorammo davvero bene. Fu la prima volta che mi veniva chiesto di realizzare qualcosa destinato a durare per sempre e mi affidai a un mastro vetraio e a una restauratrice bergamasca. Quel lavoro era fatto di vetro, oro e luce.

La chiesa all'interno dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo
La chiesa all'interno dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

Tre elementi che si trovano anche nell’Agnus Dei?

Sì, la loro unione ha poi assunto una forma diversa nella Sagrada Família. Per l’Agnus Dei ho chiesto subito aiuto ai maestri vetrai Lino e Stefano Reduzzi dell’omonimo studio, con cui lavoro spesso. Contemporaneamente mia moglie mi ha segnalato lo Studio Waldemeyer per il progetto illuminotecnico. Abbiamo lavorato sull’idea di rendere luminoso l’agnello. La realizzazione è stata possibile grazie a loro. Ero molto tranquillo perché sapevo di essere in ottime mani. Quando abbiamo vinto il concorso e ho presentato tutto il team, i tecnici della Sagrada Família erano felicissimi.

Il concetto dell’opera quando è nato?

In una stanza d’albergo nel 2024. Una sera avevo con me alcuni libri. Cercavo ispirazione perché mi rendevo conto che quel concorso rappresentava un’occasione straordinaria. Tra quei volumi c’era «Il grande spettacolo del cielo» di Marco Bersanelli. L’autore, un astrofisico, era stato coinvolto dalla Sagrada Família per offrire una lettura scientifica contemporanea della creazione dell’universo. All’interno della torre volevano infatti rappresentare la creazione dell’universo attraverso il linguaggio della contemporaneità. L’autore osservava come il diagramma che utilizziamo per spiegare l’origine dell’universo avesse la stessa forma della torre. La torre scende lungo l’asse del tempo. Il punto iniziale resta un mistero, ma subito dopo possiamo intuire il fondo cosmico a microonde, quella materia primordiale da cui tutto ha avuto origine. Mentre abbozzavo qualche linea a matita, ispirandomi anche a Gaudí e alla sua visione della natura, è comparso questo iperboloide, una sorta di cilindro attorcigliato che forma una clessidra tagliata a metà. Quel piccolo disegno mi ha fatto pensare all’Estasi di santa Teresa del Bernini: luce, scultura, bianco, oro e vetro. Da lì, osservando anche altri dettagli della Sagrada Família e della torre principale, ho costruito il legame tra tutti gli elementi.

L'artista Andrea Mastrovito durante l'installazione dell'Agnus Dei nella torre di Gesù Cristo - Foto Pep Daudé
L'artista Andrea Mastrovito durante l'installazione dell'Agnus Dei nella torre di Gesù Cristo - Foto Pep Daudé

Da cosa è composto, dunque? Come osservarlo e leggerlo?

All’interno ci sono i frammenti di luce e l’agnello, anch’esso composto da frammenti, realizzato insieme allo Studio Reduzzi e ai maestri vetrai di Murano. È vetro soffiato ricoperto da migliaia di schegge ottenute rompendo migliaia di bicchieri recuperati. È un pezzo di vita, proprio come Gaudí utilizzava ceramiche rotte nei suoi mosaici. Quelle schegge hanno un doppio significato simbolico. Da una parte richiamano il fondo cosmico che si aggrega fino a formare la materia; dall’altra evocano il Verbo che si fa carne dal punto di vista teologico. Ricordano anche le ferite di Cristo: nel momento della morte prende su di sé tutti i mali del mondo. Le schegge di vetro sono quindi conficcate nella carne dell’agnello. C’è poi un altro dettaglio profondamente umano. L’agnello è sospeso tra cielo e terra, sta salendo per ricucire quello strappo, ma scalcia, è recalcitrante e gira il capo verso l’essere umano. Salendo le centinaia di gradini della torre, il suo occhio è la prima cosa che si incontra: è un gesto di affezione verso gli uomini e le donne della terra.

Un dettaglio dell'Agnus Dei di Mastrovito - Foto Pep Daudé
Un dettaglio dell'Agnus Dei di Mastrovito - Foto Pep Daudé

Di fatto è un’opera d’arte spirituale e cattolica. Brescia è la terra di san Paolo VI, che promosse il riavvicinamento delle artiste e degli artisti alla Chiesa. Qual è il tuo rapporto con la spiritualità?

Le artiste e gli artisti hanno sempre trattato la spiritualità, che diventa soprattutto ricerca dell’Altro. A volte questo Altro diventa l’altro essere umano. Non in senso buonista o meramente sociale, ma come ricerca di qualcosa di universale per comprendere il mondo. Il cristianesimo ha posto questa ricerca al centro e questo ha favorito lo sviluppo dell’arte. La ricerca prende mille strade diverse, ma la religione cattolica è al centro della formazione della storia dell’arte. Io, personalmente, cerco di credere. Faccio del mio meglio.

Com’è stato il giorno dell’inaugurazione con papa Leone?

Non sono una persona che si emoziona facilmente, ma con mia moglie ci siamo resi conto di vivere un momento storico. Era tutto organizzato benissimo. C’erano migliaia di persone e una cerimonia straordinaria. Per la prima volta la torre è stata aperta come la voleva Gaudí, con l’Agnus Dei luminoso sulla città. Credo però che mi emozionerò ancora di più quando sarà davvero aperta al pubblico e si potrà raggiungere la torre e vedere da vicino l’Agnus Dei. Succederà tra un paio d’anni, quando entrerà in funzione anche l’ascensore che renderà più semplice l’accesso.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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