La bresciana Arrighini: «Noi attrici siamo presenza rivoluzionaria»

La 28enne dedica alle colleghe la menzione d’onore al Premio Duse per lo spettacolo «Wonder Woman»
L'attrice bresciana Maria Chiara Arrighini
L'attrice bresciana Maria Chiara Arrighini
AA

Salirà sul palco stasera, al Piccolo Teatro Grassi di Milano, insieme a Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti e Giulia Heathfield Di Rienzi. Eccezionalmente Maria Chiara Arrighini e le colleghe non vestiranno i panni della «Wonder Woman» a cui le ha consegnate il regista Antonio Latella, ma riceveranno la menzione d’onore del Premio Duse, per cui le ha segnalate la vincitrice Milvia Marigliano.

Una scena di Wonder Woman
Una scena di Wonder Woman

Un riconoscimento condiviso fra le quattro giovani attrici per «l’intensità, la generosità e la straordinaria qualità interpretativa con cui hanno saputo incarnare con rigore artistico e profonda sensibilità una pluralità di voci, corpi ed emozioni femminili». Una missione che assolvono da tre anni, interpretando la pièce scritta da Latella e Federico Bellini a partire dalla drammatica cronaca di uno stupro di gruppo ad Ancona e dalle vicende giudiziarie che ne sono seguite.

Maria Chiara, quando hai saputo del riconoscimento e che significato ha per te?

Mi è arrivata una telefonata di Giulia Caruso, che fa parte della produzione di Fondazione Teatro Piemonte Europa. Ci ha chiamate una ad una e poi ci siamo sentite collettivamente. Proprio la condivisione di questo premio ci ha fatte gioire intensamente. Insieme abbiamo vissuto un momento di crescita personale e professionale in un tempo storico molto specifico. Quando abbiamo iniziato a lavorare allo spettacolo Giulia Cecchettin era appena stata uccisa. Abbiamo condiviso un cambiamento enorme e, insieme, lo abbiamo portato dentro all’interpretazione.

Che rapporto si è creato fra voi quattro?

Quando ci hanno scritturate ci conoscevamo già. Giulia e Bea erano allieve della Scuola del Piccolo; mentre io e Chiara abbiamo studiato insieme alla Silvio D’Amico di Roma. È stato bello mettere a confronto le nostre diverse formazioni, ma soprattutto il successivo processo di autodeterminazione: ciò che si fa dopo la scuola e di cui si è grate, ma che ha bisogno di un distacco. E poi ovviamente abbiamo condiviso il processo della recitazione e la pratica della tournée, difficile e faticosa sia per i tempi che per gli spostamenti. Ci siamo fatte molta forza, nel darci sostegno, come anche spazio. Col fondamentale supporto della squadra tecnica che viaggia sempre con noi.

Un lavoro come «Wonder Woman» ha un’importanza educativa in un contesto come quello attuale?

Penso che sia davvero importantissimo che questo spettacolo esista, in questo momento, nel nostro Paese. Oggi c’è davvero tanto bisogno di parlare di questi argomenti. Non credo però che funzioni attraverso una modalità educativa, quanto piuttosto esperienziale, grazie a tutto ciò che si può sperimentare emotivamente vedendo questo lavoro. Piuttosto per educare è necessario partire dalla scuola, con l’obiettivo di costruire nuovi linguaggi e sensibilità. Bisogna tornare a insegnare educazione alla sessualità e all’affettività in classe. Abbiamo portato «Wonder Woman» tra gli studenti ed è stata un’esperienza incredibile, ma era fondamentale che i ragazzi arrivassero già preparati. Perché questo lavoro non racconta, ma ti fa sentire tutta la nostra fatica, che è fisica ed è reale.

«Interrogatorio a Maria», «Wonder Woman» e «Quasi a casa»: c’è un fil rouge che accomuna i ruoli femminili che hai interpretato in questi ultimi anni?

Si tratta di tre i progetti completamente diversi, in cui mi è stato chiesto di utilizzare competenze differenti, ma che comunque sono accomunate da me, Maria Chiara. Sono io che interpreto qualcosa e vengo chiamata a mettere a disposizione parti di me funzionali al lavoro. Si tratta in ogni caso di figure femminili e ciò mi ha portato a interrogarmi sul mio femminile. Noi attrici e attori siamo continuamente chiamati a riflettere su noi stessi e sulla nostra esistenza per poter vestire i panni di qualcos’altro. È un lavoro continuo di autoanalisi e di domande esistenziali. Penso di essere quindi il comune denominatore fra questi personaggi. Nel caso di «Interrogatorio a Maria» (in scena al Teatro delle Ali di Breno il prossimo 5 marzo, ndr), sono anche la protagonista di un mio progetto. Ho scelto di leggere il testo di Giovanni Testori, portando in scena qualcosa che volevo comunicare.

Hai qualche nuovo progetto all’orizzonte?

Una residenza di un mese a Lione. Insieme a Chiara Businaro e Lorenzo Fochesato ho vinto il Nuovo Gran Tour 2025, un bando europeo a cui possono partecipare artisti e collettivi. La nostra residenza verterà su un progetto che stiamo scrivendo, dedicato a una regista e sceneggiatrice francese.

Questa sera ritirerai a Milano la menzione d’onore del Premio Duse. A chi vorresti dedicarla?

A tutte le giovani donne che vogliono fare le attrici e a tutte quelle che lo fanno e resistono in un sistema che non ci protegge, ma da sempre ci mette in pericolo. La nostra presenza è una rivoluzione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@I bresciani siamo noi

Brescia la forte, Brescia la ferrea: volti, persone e storie nella Leonessa d’Italia.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...