«Se c’è un tratto connettivo del Sud, è la disconnessione». E ancora: «Il Sud è, in Italia, insieme questione meridionale e pensiero meridiano». E pure: «Sud come destino e sogno, tomba e laboratorio di esperimenti. (...) Dove la bellezza diventa veleno». Basterebbero queste premesse, affidate da Antonella Cilento alle prime pagine de «La fabbricante di isole» per comprendere la prospettiva da cui l’autrice partenopea guarda al meridione. Il suo è uno sguardo innamorato su un sud poliedrico e molteplice, un arcipelago di tanti sud per dirla rievocando il titolo di questa insolita raccolta, che tanta parte deve ai contributi della scrittrice e drammaturga alle colonne dell’edizione napoletana di Repubblica (la rubrica da lei curata si chiama «La Lente Azzurra»).
E come ogni amante non è nel negare i difetti e le distonie dell’oggetto amato che esprime il proprio sentimento partecipe, ma nel contemplarli insieme ai tanti pregi che qui sono indagati dalla costa all’entroterra più oscuro e meno battuto dal turismo di massa o, peggio, dagli stereotipi. Senza trascurare neppure aspetti, ahinoi, spesso ricorrenti nelle cronache tutt’altro che mondane (si veda il capitolo «Spitali, insomma ospedali»), casomai filtrate attraverso una luce barocca carica di storia e letteratura. L’aspetto più convincente – e avvincente per il lettore, che si perde in atmosfere alla «Parthenope» – è l’esclusione di un’identità univoca di meridione.

Non una cartolina, ma uno zibaldone di lettere, non un’immagine assoluta, ma una pluralità di scorci avvolti dal Mediterraneo anche quando il mare non si staglia neppure all’orizzonte. Il libro – nato da una proposta dell’editore, Bottega Errante Edizioni (272 pagine, 18 euro) – tenta di catturare «l’anima del sud», ma attraverso un raffinato viaggio sentimentale ne incontra tante e le colleziona, restituendole al lettore attraverso una lingua che danza, passando dagli affondi letterari alle tante figure femminili – Artemisia Gentileschi come Anna Maria Ortese, Medusa come Santa Lucia, Fabrizia Ramondino o Goliarda Sapienza – dalle metafore inconsuete alle pagine di teatro recuperate.
Che si tratti di uno scorcio della «Calabria Saudita», del Salento di Melpignano (con più cibo a tavola che taranta in piazza a Lecce), della Sicilia assolata («tappeto volante sfuggito alle Mille e una notte») o dell’Irpinia abbandonata, l’ago della bussola pare – o prima o dopo – puntare verso la magnetica Napoli. Epicentro di un viaggio sentimentalissimo tra arte, cultura, spirito e materia, storia e pietra, mare e carta. Quella di un arcipelago bibliografico che conclude l’opera ripercorrendo citazioni e rimandi e offrendo al lettore un ulteriore possibile itinerario di parole attraverso un immaginario del sud il più delle volte metabolizzato e restituito anche attraverso un che di scanzonato, autoironico e partecipe.
Un sud – meglio, per coerenza – tanti sud visti da chi li vive e li incarna con colta vitalità. Anzi, citando a piene mani, di chi del sud, investito «in giornate come quelle autunnali, di luce sontuosa», offre questa descrizione, con esplicita menzione della strategia dell’opossum: «Il Sud è sembrare morti sotto il cielo azzurro anche se esplodiamo di vitalità, fare i pigri anche siamo magmatici: se c’è un posto al mondo dove l’azzurro del cielo rimanda alla remota quiete apollinea, mentre ogni manifestazione dei viventi è follia dionisiaca, certo, quello è il Sud».
La nota lirica, lo si sarà inteso anche dai passaggi riportati, è forte e presente in tutto il libro, ma non vizia in questo senso una prospettiva che, citando il titolo di una pellicola di qualche anno fa, si percepisce come di «giusta distanza»: Antonella Cilento è immersa nel sud, ne è lei per prima espressione genuina, eppure nella narrazione – che sia quella degli affreschi di Matera o quella di una Trapani «sublime, sacra e profana, garibaldina e mistica» – non risulta mai troppo addentro alle cose e in virtù di ciò capace di segnalarne contraddizioni e contrasti. Pur esotici, magari. Talvolta persino eco degli antichi miti.




