È un evento lontano nel tempo ma attualissimo sia nelle conseguenze che ha generato nella storia dell’Occidente, sia nell’uso politico che di quella vicenda viene fatto oggi nel conflitto arabo-israeliano. La distruzione, nell’agosto del 70 d. C., del secondo Tempio di Gerusalemme ad opera dei Romani (il primo, il Tempio di Salomone, fu distrutto dai Babilonesi nel 587 a.C.) sarà il tema della conferenza con cui Anna Foa interverrà, venerdì 9 ottobre alle 21 al Teatro Grande, al Brescia Storia Festival promosso in questo fine settimana dalla Fondazione Teatro Grande in collaborazione con Editori Laterza, e dedicato ai «Giorni fatali». Anna Foa sarà affiancata dall’attrice Elena Vanni.
Già docente di Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma, Foa ha assunto posizioni molto critiche sulle azioni compiute dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu dopo gli attentati di Hamas del 7 ottobre 2023. Richiami all’attualità non mancheranno anche nel suo intervento. L’abbiamo intervistata.
Professoressa Foa, in quale contesto ha luogo la distruzione del Tempio di Gerusalemme?
Avviene nella guerra fra i Romani e i Giudei, dal 66 al 70 d. C., ed è definitiva, nel senso che dopo di allora il Tempio scompare e gli ebrei, che fin dal II secolo a.C. si erano diffusi nel Mediterraneo, si spostano nella diaspora verso le coste italiane e spagnole per poi risalire nel resto dell’Europa. In seguito, dal 138 d.C. sotto il regno di Adriano, agli ebrei sarà proibito recarsi a Gerusalemme, divenuta colonia Aelia Capitolina. Quella diaspora ha mutato la storia dell’Occidente: è difficile parlare di una storia italiana, come di tanti altri stati dalla Germania alla Spagna, senza considerare la presenza della minoranza ebraica.
È dunque un evento cruciale per l’ebraismo?
Il Tempio non sarà mai più ricostruito. L’ebraismo cambierà natura e da culto sacerdotale, basato sui sacrifici, diventerà un culto basato sul Libro, sulla lettura dei testi e l’insegnamento, svolgendosi nella diaspora fino al sionismo. Questo movimento riprende, almeno in alcune sue parti, l’idea della ricostruzione del terzo Tempio che adesso sta riemergendo in Israele nella parte più fanatica dell’ebraismo.

Un’idea propagandata dalla destra ultraortodossa…
Sulla spianata del Tempio ora sorgono le moschee medievali, la cui distruzione provocherebbe la reazione di tutto il mondo musulmano. Sarebbe un disastro terribile. Eppure c’è un istituto a Gerusalemme che si occupa della ricostruzione del Tempio, studiando addirittura i costumi degli ebrei nel primo secolo per cercare in qualche modo di riprodurli. Tutto questo, ovviamente, sarebbe folklore se non fosse inserito in un contesto di violenza religiosa estrema che suscita preoccupazione.
La spianata delle moschee rimane un luogo privilegiato di conflitti?
Certamente, anche perché esistono accordi tra Israele e la Giordania in base ai quali i non musulmani non possano andarci a pregare. In realtà abbiamo visto molti estremisti, da Sharon all’attuale ministro Ben Gvir, recarsi qui a pregare per indicare la necessità della ricostruzione del Tempio. È un atto molto violento.
Per drammaticità e valore simbolico, si potrebbe accostare a quell’evento remoto il 7 ottobre?
Quel terribile attentato terroristico è stato definito da Hamas «l’alluvione di al-Aqsa», con riferimento alla moschea di Gerusalemme, cioè l’attentato che vuole salvare la sorte di al-Aqsa. Si è sostenuto che si trattasse di un massacro per difendere le moschee, quando in realtà è stato tutt’altra cosa. Questi richiami al passato si ammantano di un valore simbolico e mitologico che non corrisponde al loro valore politico. Certamente una parte di quei terroristi pensava di stare combattendo in difesa di Allah, esattamente come una parte dei terroristi ebrei che distruggono abitazioni e vite dei palestinesi in Cisgiordania pensa di combattere in difesa del Dio degli ebrei.
Memorie diverse e destinate a restare inconciliabili?
Io spero proprio che invece alla fine non restino inconciliabili, perché altrimenti avremo sempre e solo guerra.
Le elezioni israeliane di fine ottobre potranno cambiare qualcosa?
Credo che il risultato dipenderà da molti fattori e anche da quanti cittadini arabi di Israele andranno a votare, o se penseranno che votare sia inutile perché tanto sono tutti uguali, come accade nei paesi occidentali. Io, ovviamente, auspico che le elezioni come forte strumento democratico portino alla caduta di un governo non democratico.



