Numeri. Snocciolati con estrema chiarezza. Immagini. Descritte con altrettanta semplicità. Quanto può essere concreta la letteratura? Quanto possono essere pragmatiche storie e racconti? Molto. Ancora di più se si ascolta Andrei Kurkov. L’autore ucraino – ieri in piazza Vittoria in occasione di Librixia – è andato davvero «oltre il linguaggio della guerra». Ha superato il titolo dell’incontro offrendo a tutti i presenti una testimonianza limpida di quello che sta succedendo in Ucraina. Precisamente a Kiev, dove tuttora vive nonostante la guerra.
Realtà
Non c’è nessuna metafora nel suo racconto. Non c’è la voglia – e perché mai dovrebbe esserci – di romanticizzare la storia. «Avevo smesso di scrivere romanzi perché pensavo fosse immorale farlo in tempo di guerra». Tutto qui. Kurkov non voleva concedersi il piacere della letteratura mentre tutt’attorno c’erano morte e sofferenza. E quando qualcuno dal pubblico prova a togliere la scorza invocando un rifugio nella fantasia, la risposta è essenziale: «La guerra paralizza l’immaginazione».
La realtà guida l’autore nella sua narrazione. Lo fa di fronte al pubblico, come lo fa nei suoi libri. Sono tanti gli episodi che restituisce ad ascoltatori e lettori. Marco Puleri – docente all’Università di Bologna accanto a lui sul palco – leggendo un passaggio di «La nostra guerra quotidiana» descrive le operazioni di sminamento in Ucraina. In quelle righe ci sono i dettagli pratici che tormentano gli ucraini.
Gli stessi particolari su cui Kurkov non lesina quando spiega dell’ultimo borsch mangiato con gli amici a Kiev la sera prima dell’invasione russa. «Uno degli invitati, un giornalista inglese, decise di lasciare la città perché pensava che la guerra fosse ormai inevitabile. Prese uno degli ultimi voli disponibili. Gli altri vennero comunque. Passammo una serata molto piacevole, anche se piena di umorismo nero e di battute tristi. Alla fine della serata alcuni si scambiarono i numeri di telefono per potersi ritrovare e aiutare se la guerra fosse davvero cominciata».
La mattina successiva, il 24 febbraio 2022, la guerra cominciò davvero. Kurkov e sua moglie furono svegliati alle cinque dalle esplosioni. E scesero per la prima volta in un rifugio. «Quella mattina la mia vita cambiò totalmente. Dimenticai di essere uno scrittore e me ne ricordai soltanto alcuni mesi dopo».A ricordargli che doveva scrivere fu il suo editore che il giorno successivo, mentre Kurkov e la moglie erano in viaggio verso ovest per raggiungere i figli e alcuni amici, gli telefonò per sapere se era già al lavoro su qualcosa. Le spietate leggi del mercato.
«Dall’inizio dell’invasione su vasta scala molti scrittori hanno smesso di scrivere narrativa – evidenzia Kurkov –.Hanno cominciato invece a documentare quello che stava accadendo, a raccontare la guerra e soprattutto la vita delle persone durante la guerra. È successo anche a me. Ho scritto tre diari sulla vita durante la guerra. Non sono libri sulle battaglie o sul fronte, ma raccolgono molte storie legate a ciò che è accaduto a me, ai miei amici, alle persone che conosco e, più in generale, ai cambiamenti sociali prodotti dalla guerra».
La lingua
Società e cultura. E dentro c’è anche la lingua. Kurkov scrive narrativa solo in russo. «Per me è uno strumento narrativo – spiega –, ma non pubblico in Russia». L’autore prosegue sottolineando che dall’inizio dell’invasione su vasta scala molti russofoni hanno deciso di passare all’ucraino. Molti hanno la sensazione che sostenere oggi la presenza dominante del russo in Ucraina significherebbe mettere a rischio, in futuro, la lingua e la cultura ucraine.
«Questa guerra si combatte su almeno tre livelli. Il primo è quello territoriale. Il secondo è quello culturale: la cultura ucraina è uno degli obiettivi dell’aggressione. Il terzo è quello geopolitico, perché ciò che accade tra Russia e Ucraina ha conseguenze molto più ampie», precisa.
E adesso come si vive a Kiev? Sembra quasi incoerente, ma la vita culturale ucraina è molto intensa. Kurkov racconta di ristoranti pieni e di un’incertezza economica che spinge a spendere una parte dei propri risparmi per godersi il presente. «I teatri si sono riempiti e per alcuni spettacoli bisogna acquistare il biglietto con mesi d’anticipo». Torniamo alla praticità. C’è voglia di vivere perché tutti sanno che la loro vita potrebbe essere distrutta in qualsiasi momento.




