Alessandro Robecchi: «Due killer da strapazzo nella Milano dei ricchi»

Nel suo ultimo romanzo, «Omicidi Srl», pubblicato da Sellerio, il giallista meneghino rimette in pista il duo di sicari
Francesco Mannoni
Lo scrittore Alessandro Robecchi
Lo scrittore Alessandro Robecchi

«Non mi accontenterei di un pagamento a forfait... avete in mano una specie di golden share che vale più di un milione... diciamo che quella è la tariffa base e poi ci sono le spese, i bonus, il premio di produzione, le stock options...». Francesca Airoldi (ma non è il suo vero nome così come quelli dei due altri soci dell’impresa criminale, ovvero l’Uomo con la cravatta e il Biondo), è chiara e diretta. E come sempre punta al massimo profitto.  Nel suo ultimo romanzo «Omicidi Srl» (Sellerio, 400 pp., 17 euro) Alessandro Robecchi rimette in pista il duo di sicari presenti anche ne «Il tallone da killer» (Sellerio, 2025) con la pistola in pugno e il colpo in canna. Il risultato è uno sfrenato can-can con spaccate da brivido e un’ironia vorticosa che congiunge il bello e il brutto della vita in una sorta di carosello sempre più frenetico in cui prede e predatori affrontano gli stessi rischi. Alessandro Robecchi è il manovratore attento di una macchina piena di colpi di scena. L’abbiamo intervistato sul suo ultimo libro.

Robecchi, trama diabolica: un vecchio gallerista vuole eliminare il nipote orfano (i cui ricchissimi genitori sono morti in un safari in Africa) che alla maggiore età (c’è molto vicino), è destinato ad ereditare un patrimonio milionario che comprende anche le gallerie gestite dal nonno che non vuole rinunciarvi. È il movente?

Non è il solo movente. L’anziano, imbroglione che commercia in quadri falsi commissionati a un imbrattatele, chiede ai sicari di eliminare anche un secondo personaggio, e le cose per i due della Omicidi Srl si complicano. Arriva nuovamente in loro soccorso la Airoldi, una collega molto in gamba, e quando durante una trasferta in incognito sul lago di Como, al seguito del nipote da eliminare che ha affittato una villa per festeggiare il compleanno della sua ragazza, un imprevisto cambia le carte in tavola, si ribaltano completamente obiettivi (e sorti) di tutti i protagonisti della storia.

L’arrivo della donna nel duo, che diventa così un trio, migliora i risultati: è la conferma che il sistema cognitivo femminile è superiore di quello maschile?

Questa è una cosa di cui sono convintissimo, al di là della trama dei miei gialli. Accanto a questi due sicari da commedia serviva anche qualcuno che ci sta con la testa. Nel primo libro Airoldi era una specie di stagista, ma in questo convince i due e diventa socia a tutti gli effetti della società. Ma non si può fare una regola onnicomprensiva: ognuno ha il suo carattere e le sue modalità. Però la capacità della donna aiuta i miei killer a vedere le cose anche da un’altra angolazione, che arricchisce il loro punto di vista.

I sicari a pagamento sono una metafora del nostro tempo?

Certo. Ammazzare la gente per soldi è una metafora del nostro sistema in cui sopravvive il più forte: gli interessi economici e il potere decidono tutto. Nei romanzi gialli uccidere la gente sembra una cosa facile, quasi una normalità, ma giocando con la commedia, la realtà è molto più difficile di quello che si crede. Il piano A fallisce e allora ci vuole un piano B o C, e nonostante i diversi contrattempi, il trio ha una sua professionalità operativa che li aiuta: conoscono un po’ di trucchi e li usano, e mi piaceva con i miei killer fare un po’ di satira sull’azienda, sull’economia, sul capitalismo…

Milano vista dalle guglie del Duomo
Milano vista dalle guglie del Duomo

Le tematiche reali nei suoi romanzi sono un indispensabile sottofondo?

Dovendo inventare una storia ambientata qui, in questi anni, è chiaro che le tematiche reali fanno parte del sottofondo, del paesaggio. Le mie storie sono immerse nel nostro tempo, che non è un gran tempo e mi fa preoccupare non per me ma per i miei figli. Non mi piace che i prepotenti governino il mondo. Vorrei un mondo governato da gente meno arrogante, meno stupida e meno violenta.

L’epicentro della vicenda è Milano, che lei descrive con un certo fastidio: che cosa la irrita della città?

Premetto che io amo molto Milano perché è la mia città, e amandola molto posso permettermi di odiarla in modo cristallino. Con le ultime evoluzioni Milano è diventata un posto per ricchi, un po’ perché arrivano i milionari attratti dal fatto che siamo un paradiso fiscale (l’Italia, non solo Milano), e un po’ perché è, come dice il sindaco, una città «attrattiva». Sta cambiando molto pelle, è diventata molto cara, e questo me la rende un po’ antipatica. Anche se è una città che ha accolto sempre tutti, ha fatto lavorare tutti – è medaglia d’oro della Resistenza –, pur restando una città di grande inclusione, in questo momento include solo i milionari. Per questo il ceto medio impoverito è comprensibilmente spaventato, e ha una sua rabbia interna trattenuta: in questo momento, secondo me, Milano non è una città felice.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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