Ancor oggi, a oltre trent’anni dalla sua tragica fine sulle colline di Firenze nel luglio 1995, il nome di Alexander Langer, leader ambientalista e pacifista (o meglio come si definiva lui, «facitore di pace») tra i più autorevoli della generazione del ’68, viene associato a quello di un profeta allora inascoltato, ma le cui riflessioni e il cui esempio ancora hanno la forza di scuoterci. La figura dell’europarlamentare «costruttore di ponti» che si batté fino alla fine per fermare la carneficina nell’ex Jugoslavia, viene ricordata venerdì 25 alle 20 nella biblioteca di Gardone Valtrompia con il documentario «L’apripista» e la presentazione del libro «Continuate in ciò che è giusto. Storia di Alexander Langer» dello scrittore fiorentino Alessandro Raveggi, che si confronterà con il giornalista Gabriele Colleoni. Alla vigilia della serata promossa dalle associazioni Oltre il Ponte e Karibu con il patrocinio del Comune, abbiamo intervistato l’autore.
Partiamo da come ha «incontrato» Alex Langer, lei che è di due generazioni successive a quella che ne condivise il percorso di vita e di militanza.
Ho «conosciuto» Langer indirettamente. La prima volta è quando ho letto, io quindicenne, della sua morte, sul mio giornale di riferimento - che era «Cuore», e questo fa capire quale fosse il mio concetto di militanza all’epoca. L’enigma di quel suicidio mi è rimasto per anni dentro, fino a che, più grande non ho cominciato a leggerlo. I successivi crinali nei quali Langer è riapparso con la sua presenza ingombrante sono stati quelli della pandemia (un momento storico in cui si parlava tutti quanti di crisi climatica proprio mentre le città si ammutolivano e gli animali ritornavano ad abbeverarsi nelle nostre vie deserte) e quindi quello della paternità. Attraverso la vita e la voce di Langer volevo lanciare una freccia verso il futuro possibile e vivibile dei miei figli.
Così è nato questo libro che lei definisce un romanzo.
Visto da vicino e senza monumentalizzazioni, Langer era un vero enigma per me: ecologista, francescano, terzomondista e uomo della vetta. Mi affascinava questo suo prisma. E da lì ho seguito le rifrazioni, a partire da un contro-pellegrinaggio che rifiuta il voyeurismo della morte e quindi anche il nostalgismo. Io, da nato nel 1980, credo che il mondo sia ancora da salvare. Da qui ho scritto penso un libro sulla speranza e l’idea di felicità che Alex ci ha lasciati.
Perché il suo lascito è ancora un efficace motore di impegno per tante persone?
Le sue idee sono forti oggi. Nessuno all’epoca parlava del legame tra genocidi ed ecocidi, guerra e disastro ambientale, ad esempio. La sua idea di nonviolenza, quella di gratuità, i suoi modi di intendere la convivenza e il suo allarme nei confronti del fascismo che come una fenice periodicamente risorge sono attualissimi. Però c’è anche una dimensione perturbante del messaggio: parlare più lingue. Lo rende a tratti imprendibile, e per questo, ancora vivo. È un pensiero il suo che non può mai dire l’ultima parola, e in quale lingua la dirà non lo sappiamo. La modernità di Langer è questa sua spiazzante e spontanea imprendibilità, in fondo.
Tra le tante definizioni che di lui si sono date, quale meglio definisce l’Alex che lei ha incontrato?
Qualcuno mi ha detto in una vinatteria di Bolzano che Langer era un rompiscatole, ma l’ha detto con tanta nostalgia “Magari ci fossero rompiscatole come lui!”. A me piace pensare che fosse questo rompiscatole gentile, che sapesse rompere i confini non solo ideologici ma anche etnici con grande veemenza. Sì, il mio Alex è un rompiscatole creativo, per questo rimane tra noi con il suo pensiero.



