Barbero e Cazzullo: «Povertà e tante sfumature: chi era san Francesco»

Quando la cultura è ben divulgata, il pubblico accorre. L’ha dimostrato ancora una volta l’incontro di lunedì sera a Castenedolo, straordinario per partecipazione. Lo storico Alessandro Barbero e il giornalista Aldo Cazzullo hanno riempito il palazzetto dello sport di una folla entusiasta (molti anche all’esterno, oltre a chi ha seguito la diretta su Teletutto), con la presentazione dei bestseller da loro dedicati a san Francesco in vista dell’ottocentesimo anniversario della morte, il 3 ottobre di quest’anno: «San Francesco» di Barbero e «Francesco. Il primo italiano» di Cazzullo.
Appassionati e istrionici, i due autori hanno gareggiato tra loro nel tenere alta l’attenzione. «Due rockstar» li ha definiti Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia Viva alla Camera, nella veste insolita di moderatrice del dibattito, il primo nel 2026 del ciclo «Castenedolo incontra» promosso dall’associazione culturale «Aldo Moro-Mino Martinazzoli». E Nunzia Vallini, direttrice del Giornale di Brescia, ha introdotto la serata dichiarandone l’intento: mettere in luce l’attualità del santo di Assisi, «non una figura da venerare a distanza, ma una provocazione ancora aperta».
La povertà
Al tempo «grandioso e terribile» di Francesco ha richiamato Cazzullo nel suo elogio del santo. «Un tempo con tantissimo denaro concentrato in pochissime mani, come adesso. Un numero crescente di persone sentiva l’esigenza di vivere in povertà come Gesù. Furono considerati pazzi ed eretici, e lo rischiò anche Francesco. Lui voleva salvare la Chiesa, non distruggerla. Non voleva fondare un ordine religioso ma una comunità di laici tutti uguali, fratelli. Un’idea controcorrente, allora come oggi».
Il suo esempio appare divergente anche rispetto ai nostri giorni: «Per lui la povertà era la massima forma di libertà. Diceva che il potere va dato a chi non lo vuole e non lo cerca, che va il pagato il lavoro e non l’autorità. Santa Chiara, dopo averlo ascoltato, decise di essere come lui, del tutto povera e libera. Francesco è seguito da donne che decidono liberamente il loro destino, e anche questo è rivoluzionario».
Cazzullo invita a vedere in Francesco «il nostro santo fondatore: è un santo di pace, il primo a scrivere una poesia in italiano, inventore del presepe, reinventa il teatro e la pittura, vive e riposa nel cuore d’Italia in Umbria; è il precursore dell’umanesimo, il grande dono che noi italiani abbiamo dato alla civiltà. Amava la pace e noi le guerre, la creazione che noi distruggiamo, la dignità di uomini e donne che noi spesso calpestiamo; ma tutto questo rende ancora più attuale il suo insegnamento».
Il «vero» Francesco
La visione di Barbero è più carica di sfumature: d’altra parte gli storici, avverte subito, «vengono per rompere le uova nel paniere…». Un conto, precisa, «è il Francesco davvero vissuto: un uomo vero, stupefacente, di una stazza incredibile e di una grande forza intellettuale. Ma se noi ne parliamo ancora oggi è perché era talmente ricco di aspetti che ogni epoca può trovare in lui qualcosa che le parla. È un personaggio così colossale che tutto ha un fondamento in ciò che lui era davvero».
Il «vero» Francesco, «nei primi anni è un giovane ricco che ha tanti soldi e li spende. A un certo punto cambia totalmente: sente che Dio gli ha comandato di essere povero e pian piano sviluppa l’idea di vivere nella più totale povertà, per sentirsi uguale agli ultimi, senza avere un potere di nessun tipo. Non si è mai sognato di criticare i ricchi, non è un rivoluzionario sociale. Intendeva fare tutto questo da solo, ma nella storia del Cristianesimo non è il primo caso di chi viene poi raggiunto da tanta altra gente che vuole vivere come lui».

Così, pian piano, le cose cambiano. Francesco diventa «il presidente di una multinazionale, una gigantesca organizzazione con conventi e dirigenti, e un regolamento che lui deve scrivere. Inizia a non essere più sicuro che le idee con cui era partito si siano davvero realizzate. Alla fine, trae le conseguenze logiche di quello che sta accadendo, e si dimette dalla guida dell’ordine». Il santo raccontato nelle molte biografie seguite alla morte appare allora come una figura divisa in due: «Alcuni scrivono che lui non voleva quello che l’ordine era diventato. Ma c’è chi dice: lui era un altro Cristo e poteva vivere così, ma noi non possiamo essere come lui. Tutti i racconti su ciò che ha fatto contribuiscono a costruire il Francesco del nostro immaginario. Ma io ho cercato di vedere chi raccontava e con quali intenzioni, se stavano da una parte o dall’altra».
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