La pace secondo Francesco: ascoltare la fame dietro la violenza

Ci fu un tempo in cui a Gubbio, deliziosa cittadina umbra, nessuno viveva più. Le strade erano deserte, la gente nascosta in casa, gli uomini armati fino ai denti: un feroce lupo teneva in assedio la città che si era trasformata in una prigione di paura. Quando arrivò da quelle parti Francesco d’Assisi, gli eugubini erano ormai allo stremo. Francesco li ascoltò e senza armi, né scudi, né scudieri, il lacero saio, la calma della fede e nulla da perdere, decise semplicemente di andare ad incontrare il Lupo.
Armato della protezione divina e di un pizzico di follia, uscì dalle mura seguito da un manipolo di uomini, avanzò nel bosco e quando il lupo gli corse incontro non scappò. Si fermò ad accoglierlo, del resto, era lì per lui, allungò la mano, lo chiamò fratello ed accadde il miracolo: il lupo si fermò, si sedette tremante, la coda fra le gambe, in segno di resa. Nell’attimo in cui quell’uomo, accorso ad incontrare ad ascoltare prima di giudicare e comprendere, e la bestia si guardarono negli occhi accadde qualcosa che nessuna spada avrebbe mai potuto ottenere: il lupo si sentì visto, riconosciuto, ascoltato nel suo vero bisogno.
Aveva fame, non odio. Francesco lo capiva. Capiva che dietro ogni violenza c’è un bisogno disatteso, dietro ogni minaccia c’è una ferita. La bestia aveva fame ed il villaggio aveva bisogno di sicurezza, pace e normalità. Così nacque un patto semplice nel suo essere soprannaturale: il villaggio avrebbe sfamato il lupo ed il lupo, in cambio, avrebbe protetto e custodito il villaggio. La paura lasciava spazio alla fiducia, l’incontro alla soluzione.
Questa storia vera o leggendaria che sia (un canide è davvero sepolto nella cripta di una chiesa di Gubbio, unico caso al mondo, pare) non parla di miracoli, parla di noi, del nostro istinto primordiale che, quando la paura ci domina, risponde con meccanismi ancestrali. Un’eredità che ci portiamo dietro da milioni di anni ma che non ci ha impedito di relazionarci e costruire importanti civiltà. Come è potuto accadere? Perché in quell’istinto primordiale sopravvive anche l’empatia, un anticorpo spirituale che ci conduce all’ascolto dei bisogni degli uni e degli altri. Un’attitudine tipica delle società matrilineari (che hanno pervaso i primi 40 milioni di anni della nostra storia) e che ha consentito che l’umanità progredisse grazie a quella stessa follia che ha condotto Francesco a cercare di comprendere le ragioni del Lupo.
Fu l’avvento della società patriarcale a creare la frattura, a far cambiare al mondo direzione ad imporre di applicare la logica del giudizio, della pena, della colpevolezza, dell’«occhio per occhio, dente per dente», della ragione e del torto. E noi, oggi, viviamo sospesi tra queste due eredità: quella che cerca la colpa, la giustizia e quella che cerca la guarigione, la via per una pace duratura. Una pace che non è assenza di guerra ma presenza, comprensione, ascolto, riconoscimento e sforzo di relazione.
Che ci impone di capire e chiederci: «Ma perché mai ci dovremmo combattere»? E di sederci gli uni accanto agli altri, proprio come Francesco nel bosco, che si avvicina al «lupo» per capire la sua «fame» e ci dona la più bella parabola ante litteram del miracolo di ogni mediazione ben riuscita.
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