Ridere fa ridere. E fa anche bene. Lo si è visto ieri al lido di Padenghe, dove una trentina di persone si è ritrovata per celebrare la Giornata mondiale della risata con una sessione di yoga della risata.
A vederli da fuori, l’effetto era curioso: adulti, qualche bambino, tutti insieme a ridere senza un motivo apparente, sotto gli sguardi divertiti e forse anche un po’ perplessi dei bagnanti. Ma bastava fermarsi qualche minuto per capire che qualcosa stava succedendo davvero.
La sessione
All’inizio la risata era forzata, inevitabile. Si partiva con esercizi di respirazione, si imitava, si provava. Poi, poco alla volta, cambiava tono. Si scioglieva, prendeva ritmo, diventava contagiosa. A guidare il gruppo Antonella Sancius, infermiera, formatrice e insegnante certificata di yoga della risata. «Si deve partire da una punta di sano egoismo – spiega – . Perché è una pratica che deve fare bene a me, al singolo partecipante che sceglie di provare. Sono io, è la singola persona che si mette in gioco, perché le mie difficoltà sono le mie».
L’idea è semplice: ridere anche quando non c’è un motivo per farlo. Anzi, magari proprio perché non c’è alcun motivo per farlo. «Noi nasciamo con la risata – continua Sancius – è un riflesso naturale che serve a distendere le tensioni. Poi crescendo la perdiamo, o la usiamo meno. Qui si prova a riscoprirla».
La storia dello yoga che fa ridere
Lo yoga della risata è nato nel 1995 dall’intuizione del medico indiano Madan Kataria e negli anni si è diffuso in tutto il mondo, trovando spazio in scuole, aziende (potentissima arma contro lo stress, lo yoga della risata, e per il «team building») e strutture sanitarie. Non è un gioco, ma ci somiglia. «Quando si ride insieme - osserva Sancius - si creano relazioni più spontanee. È qualcosa di concreto».
Sul territorio
Anche nel Bresciano la pratica ha preso piede. Il primo club è nato a Bedizzole otto anni fa, e oggi sono diversi i gruppi attivi sul territorio, con l’ultimo aperto due mesi fa anche in città, a Brescia. «La partecipazione cresce – raccontava – . La gente prova e torna».

Tra gli esercizi proposti, anche quelli più dinamici. In uno, i partecipanti si prendevano per mano e dovevano far passare un cerchio da una persona all’altra senza mai staccarsi, usando solo il corpo.
Un modo semplice per tradurre in pratica uno dei principi della disciplina: le difficoltà – grandi e piccole – si affrontano insieme, e ognuno trova il proprio modo per superarle. Intanto, sulla spiaggia, ieri si continuava a ridere, anche fortissimo. Qualcuno osservava da lontano, qualcuno sorrideva. Qualcuno, alla fine, si avvicinava e provava. E scopriva che sì, dopo un po’, veniva naturale.



