Cronaca

Viaggio in Terra Santa, Padre Ielpo: «Qui per aiutare a leggere la realtà»

L’incontro tra la delegazione di pellegrini accompagnati da Brevivet e il Custode in Terra Santa. «Oggi un pellegrinaggio qui è un’esperienza di incontro e di testimonianza che aiuta a vedere non solo le ingiustizie, ma anche i germi di bene, di speranza»
  • Viaggio in Terra Santa: l'incontro con Padre Ielpo
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Prosegue il viaggio in Terra Santa organizzato da Brevivet. L’obiettivo è verificare se esistano le condizioni per riaprire la via dei pellegrini, dopo oltre due anni di guerra, incertezza e tensione continua. Dopo il collegamento via WhatsApp con padre Gabriel Romanelli, i pellegrini hanno visitato il Terra Sancta College e la Hogar Niño Dios, per poi lasciare Betlemme alla volta di Gerusalemme.

Per tredici anni il Bresciano, tra Rezzato e la città, è stato il suo luogo di vita e di ministero. Oggi padre Francesco Ielpo («qui dicono che sono bresciano, e la cosa non mi dispiace affatto») è Custode di Terra Santa. Con entusiasmo trova tempo da dedicare alla delegazione di pellegrini giunti in Terra Santa con Brevivet e l’intento di verificare le condizioni per una ripresa dei pellegrinaggi.

L’incontro, promosso da un altro bresciano – mons. Vincenzo Peroni, che per conto della Custodia si occupa proprio di pellegrinaggi – avviene in una saletta al primo piano del Casa Nova di Gerusalemme, gestito dai frati francescani. Dal racconto di padre Ielpo emerge una convinzione netta: dopo il 7 ottobre non è possibile tornare ai pellegrinaggi «come prima». Perché è cambiata questa terra, sono cambiati coloro che la abitano. E sono cambiati anche i pellegrini. Ripetere il vecchio modello non è possibile, e probabilmente non sarebbe neppure onesto.

Padre Ielpo, lei auspica un modello di pellegrinaggio rinnovato. In che senso?
Chi viene oggi è spinto da bisogni diversi, più profondi. Nei prossimi mesi arriveranno persone che porteranno con sé forse una dose maggiore di fede, ma anche di domande, di ferite, di inquietudine. E questo chiede a chi le accompagna una responsabilità nuova.

Che tipo di responsabilità?
Quella di aiutare a leggere la realtà. Di essere, per usare un’immagine evangelica, come Giovanni Battista: un dito puntato che non nega il dolore e l’ingiustizia, ma aiuta a riconoscere i segni di speranza che già ci sono. Li avete visti anche voi.
Sono poca cosa, rispetto alle ferite di questa terra, sempre più profonde 

Vero. Ma se accompagniamo un gruppo solo a vedere le ferite, senza aiutare a leggere anche ciò che resiste, ciò che vive, ciò che vince il male, facciamo un cattivo servizio. Si rischia di tornare a casa più arrabbiati, più rancorosi, con il cuore chiuso. E questo non è ciò a cui siamo chiamati.

Che cosa dovrebbe essere allora oggi un pellegrinaggio in Terra Santa?
Un’esperienza di incontro e di testimonianza. Un pellegrinaggio che aiuti a vedere non solo le ingiustizie, ma anche i germi di bene, di speranza, di vita che continuano a esserci. Perché la vittoria sul male non è solo futura: è già presente, anche se spesso in modo fragile.

Lei parla di un «bene che resiste». Può fare un esempio concreto?
Penso, per esempio, al lavoro di ricerca archeologica che prosegue e coinvolge giovani di provenienze diverse: studenti israeliani, palestinesi, anche musulmani. In un contesto segnato da permessi cancellati, lavoro perso, prospettive spezzate, questi segni sono piccoli, ma reali. E raccontano che il bene è possibile. La convivenza pacifica è fruttuosa, pure. Queste storie non fanno statistica, ma realtà. E siccome noi umani siamo portai a notare ciò che manca e non ciò che c’è, ecco …. dobbiamo puntare il dito su ciò che funziona perché venga visto.

Il pensiero corre a suor Carmela, della scuola Effetà per bambini audiolesi, o suor Mary della casa Hogar Nino Dios che ospita disabili gravi. Storie di carità capaci di trascendere dalle appartenenze. Padre Francesco, lei dice che in Terra Santa ogni metro quadrato costringe a fare i conti con l’Incarnazione. In che senso?
Qui tutto rimanda al fatto che Dio si è fatto uomo in carne e ossa. Pensare che il Creatore di tutto abbia avuto bisogno di qualcuno che gli cambiasse i pannolini è qualcosa che ti spiazza ogni volta. È questo, per me, il cuore del pellegrinaggio che fa bene a chi accompagna e a chi partecipa, a persone di qualsiasi estrazione e provenienza, credenti e non. Non serve avere il «pedigree» del cristiano perfetto. Il pellegrinaggio è un’esperienza umana, prima ancora che religiosa.

Fa bene anche alla Terra Santa. Alla sua economia, alla vita di chi la abita.
Certo. Ma è solo una parte della realtà. Spesso si sottolinea l’aspetto economico, che resta fondamentale: soprattutto in Palestina, dove il turismo religioso è la base del sostentamento di moltissime famiglie. Non va certo minimizzato. Grazie ai pellegrini tante persone possono restare, mantenere i figli, vivere con dignità.

Eppure lei insiste: c’è un altro aspetto, forse ancora più decisivo.
Sì, quello della speranza. Me ne sto rendendo conto vivendo qui stabilmente. Non è la stessa cosa venire e andare. Quando vedi arrivare i gruppi, le chiese che si riempiono, le persone che vengono a cercarti anche al di là del ritorno economico, nasce qualcosa di diverso: la percezione di non essere soli.

Perché la speranza è così centrale?
Perché nessun aiuto umanitario, da solo, fermerà mai l’emigrazione dei cristiani. Possiamo garantire lavoro, stipendi, assistenza sanitaria – e lo facciamo – ma se una persona non ha una ragione per alzarsi la mattina, se non vede un senso nel restare, prima o poi se ne andrà. Succede qui come a Brescia.

Da dove nasce allora questa speranza?
Nasce dalla prossimità. Dal sentirsi visti, accompagnati. Dal sapere che c’è qualcuno che resta. Quando la Chiesa del mondo viene qui, manifesta il volto del buon pastore: quello che non scappa quando arriva il lupo, ma resta e, se serve, offre la sua vita.

Ha un episodio che l’ha colpita particolarmente?
Sì. In Siria ho incontrato una giovane coppia. Si erano conosciuti nel 2014, sotto le bombe. Avevano pensato di fuggire. Poi hanno visto che alcuni cristiani erano rimasti e si sono detti: «Se loro restano, possiamo restare anche noi». Perché la guerra finirà, e quando finirà vogliamo essere qui a ricostruire. Ecco, restiamo qui anche per questo.

Quindi restare è possibile solo se qualcuno testimonia con la propria presenza.
Esatto. La speranza nasce quando vedi che qualcuno resta per te. Anche un semplice sguardo può cambiare le cose.

In questo senso, tornare oggi in Terra Santa è importante?
È fondamentale. Fa bene a chi fa il pellegrinaggio, ma fa bene anche a questa Chiesa. Ripeto, non solo dal punto di vista economico. Venire e vedere, come state facendo voi, genera vita.

Oggi però c’è molta paura.
La paura è irrazionale e non si vince con le spiegazioni. Lo sappiamo bene: ai pellegrini qui non è mai successo nulla. Neppure nei momenti peggiori. Puoi portare tutte le ragioni del mondo, ma non basta a sciogliere i timori. La paura si vince con la testimonianza: con qualcuno che dice «io sono stato lì e sono pronto a tornarci». Questo è ciò che davvero convince.

Quindi non bastano comunicati o rassicurazioni ufficiali.
No. Non funziona così, né per la fede né per la vita. Serve l’esperienza, serve qualcuno che torna e racconta. La speranza nasce dalla presenza.

Il tempo stringe. La strada dell’aeroporto per il ritorno a casa chiama. La comitiva si congeda da padre Francesco Ielpo con al promessa di un arrivederci. Nessuno, nonostante le notizie di crescente tensione tra Usa ed Iran, fa la domanda più ovvia ma che, date le circostanze, suona vuota: cosa vi aspettate? Ogni possibile risposta è anticipata da due parole strettamente intrecciate: presenza e speranza. Amen

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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