Cattolica, le studentesse partecipano al giornalino dei detenuti
«Non immaginavo che in un contesto simile potesse esserci così tanta umanità. L’umanità che ho sentito tra quelle quattro mura, tutti stretti e vicini gli uni agli altri, con i pensieri che fluivano liberamente, non l’avevo mai provata prima». Sono parole di Martina, studentessa del corso di «Teoria e tecnica dell’informazione» tenuto dalla professoressa Marina Villa, all’Università Cattolica, che ha partecipato insieme ad altre coetanee al progetto ideato dall’associazione Carcere e territorio e dai redattori – detenuti – del giornalino «Zona 508», diretto dal giornalista Massimo Lanzini, già vicecaporedattore del nostro quotidiano.
L’incontro
L’ultima edizione di questo periodico è frutto della collaborazione tra le studentesse Letizia Abampi, Martina Lanzetti, Kawthar Dridi, Anna Petrali e Sara Panteghini (tutte al secondo anno di Lingue) e le redazioni di «Zona 508» di Canton Mombello e del carcere di Verziano che – dopo scambi di verbali delle riunioni parallele che si sono svolte in ateneo e negli istituti penitenziari su cosa significhi la parola comunicare – si sono incontrati lo scorso mese di giugno, arrivando a capire che la comunicazione non è solo fatta di parole, ma anche di sguardi, di gesti, di emozioni provate dal corpo.
L’esperienza
Come spiega Sara «lì dentro (in carcere), la comunicazione non è solo parlare, è anche ascoltare, accettare, convivere, adattarsi ed è anche un modo per non perdere se stessi, per non scomparire nel silenzio». Una volta in aula, giovedì, per la restituzione ai compagni di corso dell’esperienza vissuta grazie a questo progetto, le giovani hanno prestato fisicamente la loro voce ai detenuti, leggendo un’antologia di pensieri e parole che i carcerati non sono mai riusciti a dire alle loro madri e ai loro padri, ai loro figli, a se stessi, o a chi hanno fatto soffrire con quei gesti che li hanno portati dietro le sbarre.
«Non esiste modo migliore per entrare a contatto con la dimensione carceraria, dell’esperienza che abbiamo vissuto – aggiunge Sara –. Abbiamo sempre avuto una visione del carcere piena di pregiudizi e invece sono rimasta colpita dalla umanità delle persone con cui siamo venute a contatto nelle redazioni del giornalino. Abbiamo visto dei cuori grandi e percorsi di pentimento sinceri. I detenuti sentono proprio l’esigenza di esprimere e comunicare quel che provano dentro, anche con disegni; sono persone che si sono messe in gioco e hanno il diritto di potersi esprimere, anche se nella loro vita hanno commesso errori, di cui oggi sono consapevoli».
Le finalità
Decisivo in questo progetto è stato il contributo che hanno dato i volontari dell’associazione Carcere e territorio, presieduta dal professor Carlo Alberto Romano. «Tutti loro sono consapevoli delle difficoltà che incontrano – ha affermato – per fare in modo che Canton Mombello non resti un’ombra nella città. Il nostro compito è dare risonanza a quelle voci che spesso non riescono ad uscire da quel luogo». Il bilancio dell’esperienza vissuta dagli studenti del corso è stato «positivo dal punto di vista formativo e didattico. E per il futuro – ha concluso la professoressa Villa – stiamo programmando altre iniziative, tra le quali anche una in collaborazione con la redazione di “Ristretti orizzonti”, giornale scritto dai detenuti del carcere di Padova».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
