Si suicidò in ospedale a Manerbio: dopo 6 anni assolti tutti i medici

Non saranno i medici a rispondere del suicidio del 57enne operaio che il 4 febbraio del 2019 si suicidò lanciandosi dal quarto piano dell’ospedale di Manerbio. Il Tribunale ha assolto con formula piena i cinque imputati – quattro in servizio a Manerbio e uno al Civile – respingendo la ricostruzione della Procura di Brescia, che aveva chiesto per loro condanne fino a tre anni e mezzo di reclusione.
Dopo circa due ore di camera di consiglio, il collegio presieduto da Maria Chiara Minazzato ha pronunciato il verdetto atteso da sei anni: «Il fatto non costituisce reato». La presidente si è riservata un mese per il deposito delle motivazioni.
L’accusa non regge
La sentenza segna una netta distanza rispetto alla tesi dell’accusa sostenuta dal sostituto procuratore Chiara Bonfadini, secondo cui la morte dell’uomo sarebbe stata causata dalla mancata adozione di tutte le precauzioni necessarie per prevenire il suicidio, a partire dal primo accesso in pronto soccorso.
In attesa di conoscere le motivazioni, il senso della decisione può essere letto nelle argomentazioni dei difensori. Gli avvocati Alessandro Asaro, Michele Bontempi, Elena Frigo e Cristian Serpelloni hanno sottolineato come i medici si siano attenuti ai protocolli e alle linee guida, che la scelta di non ricoverare il paziente in psichiatria al suo primo accesso fu una scelta virtuosa e accreditata da ampia letteratura in materia, e che l’evento non fosse né prevedibile né prevenibile, potendo verificarsi in qualsiasi reparto di qualunque ospedale.
La vicenda
Il 57enne, padre di cinque figli, era arrivato in ospedale per la prima volta il 2 febbraio di quell’anno, accompagnato da un collega. Poco prima aveva appreso della chiusura dell’azienda per cui lavorava e del conseguente licenziamento. Colto da un malore, era stato visitato al Civile, curato con antidepressivi e dimesso. Una volta rientrato a casa aveva tentato il suicidio una prima volta, ferendosi con un coltello senza riuscire a portare il gesto alle conseguenze estreme. Trasportato nuovamente in ospedale, questa volta a Manerbio, era stato ricoverato in chirurgia per la sutura della ferita e tenuto in osservazione per diverse ore. Fu lì che, approfittando di un momento di solitudine, riuscì a entrare nel bagno della stanza, ad aprire una finestra e gettarsi nel vuoto.
La difesa
I difensori, supportati da consulenze tecniche, oltre difendere la scelta di non ricoverarlo in psichiatria al primo accesso, hanno invece spiegato che l’uomo una volta a Manerbio fu trattenuto in chirurgia perché non si era ancora ripreso dall’intervento e hanno evidenziato come un eventuale trasferimento in psichiatria in un secondo non avrebbe comunque di per sé impedito il gesto estremo.
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